Maura Bertelli.
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Il breve viaggio.
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2021. Felici Editore.
Clepsydra romanzi storici. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Una realt toscana che rivive attraverso i ricordi del nobiluomo pistoiese Jacopo, le sue iniziative per la causa del Risorgimento e il ricordo dell'amore profondo per una cantante lirica, una passione intensa, che nel finale rivela un colpo di scena.
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Settembre 1851, Jacopo  un nobiluomo pistoiese convinto risorgimentale che dopo aver consegnato lettere compromettenti al suo amico Domenico Guerrazzi, ha un incidente con la carrozza nei pressi di Gavinana. Soccorso e condotto a casa avr, nei mesi precedenti alla morte, la possibilit di ripensare alla propria vita, alle iniziative intraprese per divulgare la realt della Nazione, agli incontri avuti con uomini e artisti insigni dediti alla causa del Risorgimento come Giovanni Pietro Vieusseux, Lord Byron, Carlo Bini, Giovanni Bezzuoli e Giuseppe Mazzini.
Il ricordo dell'amore profondo per una cantante lirica offre l'occasione per parlare di melodramma e incrocia fatti, viaggi e persone: una passione intensa, che nel finale rivela un colpo di scena. Una realt toscana che rivive anche grazie alla presenza di Napoleone, alla Livorno popolana e la sua rivoluzione del '48 e che guarda ad altri ambienti regionali coinvolti nei fermenti nazionali.
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L'AUTRICE.
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Maura Bertelli  nata a Pisa, citt dove vive tuttora e da cui ha tratto l'amore per il linguaggio vernacolare a cui ha dedicato anni di interessi lavorando sia alla poesia che alla prosa e vincendo molti ambiti premi. Laureata all'Universit di Pisa con una tesi di storia contemporanea dedicata al periodo risorgimentale, ha tratto ispirazione proprio da questo interessante momento della storia italiana per scrivere il suo primo romanzo ambientato in Toscana nella prima met dell'Ottocento.
La scrittura  per la Bertelli una ricerca di antiche strade, forse gi percorse, dalle quali trarre spunti per nuove sfide che solletichino la sua fantasia.
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IL BREVE VIAGGIO.
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Settembre 1851.
La carrozza era pronta; la pariglia di morelli napolitani aspettava paziente e fiera quel crepito che il cocchiere, fra poco, avrebbe fatto risuonare nell'aria di quella mattina gi fresca dei primi giorni di settembre.
Anselmo aveva caricato il misurato bagaglio del padrone sopra il tetto, lasciandogli a portata di mano la valigetta con le medicine, una piccola borsa contenente un taccuino per appunti, un astuccio con lapis e matite, un mazzo di carte da viaggio e tre libretti, in trentaduesima, della Divina Commedia. Inoltre, un cestino con acqua, alcuni frutti tra cui due grappoli d'uva e focacce da colazione era posizionato proprio di fronte alla seduta del passeggero, pronto a soddisfare le prime avvisaglie di un suo eventuale languore. I ringraziamenti, i saluti di commiato, gli auguri di un buon proseguimento pronunciati nel piazzale davanti all'ingresso della villa non erano stati certo di circostanza, perch fra i due amici che si conoscevano profondamente da tanti anni e si apprezzavano a vicenda l'affetto era sincero. E, del resto, se non fosse stato cos, Jacopo, che da un po' di tempo non era in perfetta salute, non avrebbe affrontato quel seppur breve viaggio che sarebbe stato fonte di affaticamento certo. Aveva molto riflettuto prima di decidere se partire o rimandare di qualche tempo, ma l'urgenza del frangente e anche la stagione che andava verso le brume dell'autunno l'avevano fatto decidere per la partenza e delle decisioni prese non si pentiva mai.
Aveva scritto qualche biglietto di scuse ad alcuni conoscenti che si erano proposti di andare a rendergli visita, chiedendo loro di rimandare di qualche tempo, aveva ordinato che gli fosse preparata una selezione di abiti da viaggio e da soggiorno tra i quali scegliere i pi adatti senza trascurare la comodit e si era fatto preparare un solo abito da sera con tre camicie bianche in seta e tre fazzoletti da collo, anch'essi in seta e bianchi come voleva la rigorosa etichetta importata dall'Inghilterra. Per la spilla la scelta era caduta sulla perla a goccia con le rosette e lo zaffiro che si intonava bene ai suoi occhi e all'incarnato che, a dire la verit per, in quel periodo era parecchio emaciato. Per gli altri indumenti, le scarpe, i guanti e gli oggetti da toeletta aveva lasciato libera scelta a Virgilio che, in tanto tempo di servizio, aveva sempre azzeccato le cose giuste per lui.
Qualche bottiglia di vino, alcune piccole forme di formaggio e salumi erano pronte come omaggio all'amico che sapeva esserne goloso.
Non era un viaggio di ossequio, le vere protagoniste di quella missione erano alcune lettere molto compromettenti a carattere politico che Domenico, nel tempo, gli aveva inviato e che ora, in quella fase di forte sospetto restrittivo, voleva restituirgli. Il recente '48 aveva lasciato alla polizia politica un gran bel daffare in cui i sospettati di radicalismo erano sorvegliati con grande zelo e imprigionati senza tanti complimenti e Jacopo non poteva permettere che fosse il destino a manipolare la sorte di quell'amico e compagno di pensiero, cos aveva recuperato il pacchetto di quegli scritti legati e custoditi con cura nel sottofondo del severo trumeau piemontese e li aveva celati in una piccola fenditura della valigetta delle medicine, ottimo nascondiglio per ingannare possibili controlli degli sbirri. Tutto per era filato liscio e il breve viaggio tranquillo aveva contribuito a mettere di buon umore l'animo un po' gravato dalle afflizioni del corpo e Jacopo era arrivato alla villa dell'amico allegro e loquace.
Nonostante le posizioni sanguigne e radicali di Domenico avessero spesso trovato una barriera nel moderatismo di Jacopo e pi di una volta i due si fossero confrontati con impeto ebbene, c'era sempre stato posto per una parola di scuse, per un gesto o un atteggiamento che avevano permesso il loro riavvicinamento e la loro frequentazione. Quanto lunghe erano state le meditazioni condivise, quante volte si erano scambiati suggerimenti, quanti incoraggiamenti si erano trasmessi, quanta strada avevano fatta insieme!
Per prima, ad uscire dalla carrozza, era stata la canna del bastone di ebano con il puntale di corno, poi l'impugnatura d'argento sulla quale poggiava la mano guantata dell'illustre viaggiatore e, lentamente, poi, tutta l'esile
figura era uscita allo scoperto e si avviava ad abbracciare l'ancora prestante corpo del quasi coetaneo. Un abbraccio senza tempo, un piacevole scambio di positivit aveva dato l'avvio al poco tempo di quel soggiorno che era passato velocemente ma era stato gratificante per tutti e due ed ora, al momento dei saluti, si leggeva nei loro sguardi un'ombra di malinconia.
Il rientro dall'Abetone prevedeva una fermata di qualche giorno a Gavinana dove Jacopo aveva passato gran parte dell'estate appena trascorsa; il piccolo borgo posto a ottocento metri d'altezza offriva un'aria pi fina e pi adatta a quel suo respiro sempre pi spesso affannoso e la quiete che circondava le graziose case di pietra, antica memoria di importanti eventi, aiutavano a rendere salutari le giornate trascorse in una pigrizia, per il vero, male accettata. Amava altra quiete, desiderava altri silenzi; quelli del suo immenso giardino vicino a Pistoia erano silenzi parlati dalle foglie e dallo scorrere dell'acqua di un generoso ruscello. Erano quelli che lui amava, gli altri erano solo noia e malumore. Cos, a Gavinana, nonostante le visite che il dottor Franceschi gli faceva a met pomeriggio con la scusa di bere un tiepido decotto alla salvia e che invece gli servivano a monitorare la salute di quell' originale assistito, le giornate lunghe e piatte non finivano mai.
Era, il Franceschi, un alto signore elegante e con modi educati, il buon nome della sua famiglia, gli introiti che la stessa incassava dalle vaste tenute terriere possedute, avevano permesso a lui di laurearsi in medicina all'Universit di Pisa e al fratello di diventare avvocato nella stessa Universit. Due sorelle gemelle e pi giovani erano divenute abili pianiste, abili ricamatrici e abili lettrici di libri mai scelti da loro e con questa dote erano diventate abili mogli e madri.
Sulla professionalit del medico erano tutti concordi: presente, accorto, rigoroso, si precipitava con la sua dottorina a casa del contadino e alla villa del possidente con la medesima seriet e premura e qualche pettegolezzo sulla sua relazione con una nobildonna sposata non era riuscito a scalfire la sua reputazione. Nonostante che il Franceschi, a Gavinana, fosse conteso e ritenuto un ottimo conversatore, per Jacopo, abituato a intelletti pi vivaci e mondani, l'abituale conversazione pomeridiana non era mai soddisfacente.
Folco Franceschi aveva appena finito di pranzare e si era ritirato nel suo studio dove aveva l'abitudine di fare un sonnellino; comodamente seduto in una poltrona di pelle capitonn, gli occhi chiusi a cercare il vuoto della mente, gli sembr di sentire un vociare che si faceva sempre pi vicino. Un attimo per riprendersi e si alz per precipitarsi al poggiolo, dove riconobbe alcuni contadini che almanaccando concitati indicavano un luogo e chiedevano insistentemente del dottore.
Allarmato da tanta foga scese subito le scale e, aperto l'imponente portone, si trov faccia a faccia con loro: "Sor dottore, per carit, una carrozza 'he s' ribaltata propio fri del paese. C' dentro quel signore di Pistoia, quello che sta alla Villa del Poggetto, un si move, parla con po fiato e c' il cocchiere che si lamenta d'un braccio. Noi siam corsi subito che s' sentito un botto ma un si sapeva che fare e siam venuti subito da lei pe' riferire". "Prendo la valigetta e son subito con voi, indicatemi il luogo e state con me perch avr sicuramente bisogno di forze." Detto fatto, il gruppetto si diresse verso il luogo dell'incidente e il dottore a seguire con la sua dottorina. Non era un fatto infrequente che le carrozze uscissero dai viottoli e si rovesciassero; bastava che una ruota rasentasse troppo il dislivello fra strada e declivio e poteva succedere e lo spettacolo, ogni volta, creava pathos. Franceschi arriv in un attimo e con un'occhiata si rese conto che forse non c'era da disperarsi; vide che Jacopo, il suo originale cliente, era in s e non lamentava dolori, che non c'era sangue all'infuori di qualche graffio sulla mano destra e che gli occhi erano consapevoli e vigili. Ordin a tre giovani di prenderlo sotto le braccia e per le gambe per sollevarlo e adagiarlo sulla sua agile carrozza, onde trasportarlo subito al Poggetto dove l'avrebbe visitato per pronunciare una diagnosi e, per il cocchiere, che aveva dolore ma poteva muoversi, dispose che fosse chiamato il Brandini, un boscaiolo che con il barroccio avrebbe provveduto a trasportare Anselmo negli alloggi della servit che, nel frattempo, era stata allertata e aveva gi preparato la stanza da letto del signor padrone.
Con estrema prudenza si salirono le scale che portavano al piano delle camere. Jacopo aveva tenuto per s la pi grande e luminosa con affaccio sul retro della villa, al confine con la strada e verso la valle di abeti e castagni e le altre due, pi piccole ma armoniose e ben arredate, le aveva riservate agli ospiti. Un comodo letto a due piazze occupava la parte centrale della parete della grande stanza che, all'opposto, aveva due porte finestra da cui si accedeva a un bel terrazzo dove, un piccolo tavolo rotondo e una comoda poltroncina imbottita facevano capolino fra le foglie e gli ultimi tre o quattro grappoli di un glicine ormai pronto al riposo invernale. L fu messo a sedere Jacopo per essere spogliato con la massima delicatezza, cos da essere visitato dal medico che fu scrupoloso come sempre. Auscultati i polmoni, pens che si dovesse procedere con estrema cautela con un paziente gi provato da broncospasmo e ordin assoluto riposo fra cuscini che formassero un angolo di 40 gradi, dieta semiliquida leggera da consumarsi all'ora di cena e completo silenzio a favorire il sonno. Il tepore di una camomilla con molto miele avrebbe giovato in questa prima fase di pronto soccorso. Furono due candidi lenzuoli di lino ad accogliere quell'esile cinquantenne gi vestito di una camicia da notte lunga fino alle caviglie e che, appena adagiato, abbandon la testa ondulata sui cuscini di piuma.
Intanto, a piano terreno, il cocchiere era stato opportunamente fasciato in modo che il braccio non si muovesse e due dita di cordiale avevano provveduto a farlo riprendere dallo spavento; anche lui avrebbe dovuto stare a riposo per un po' di giorni, cosa che a dir la verit non gli dispiacque per nulla.
Erano quasi le sei del pomeriggio, nel piccolo borgo la notizia dell'incidente si era sparsa velocemente destando nuova curiosit per quel Signor Cavaliere di Pistoia, uomo solo, che da un po' d'anni, aveva deciso di passare la primavera e l'estate al Poggetto, pagando per l'affitto tanti di quei francesconi che loro non avrebbero certo saputo contare.
Suon la campana del vespro, le vecchie strade erano gi vuote, ci si preparava alla zuppa e al riposo; a Gavinana quel giorno sarebbe stato ricordato come un giorno particolare.
Era stata contattata Clelia, la levatrice della zona che si prestava, all'occorrenza, ad assistere gli infermi pi abbienti, pagata e appagata dal ruolo che andava a svolgere che, in questi casi, si sentiva una vera e propria dottoressa somministrando medicine e controllando temperature, con la cuffia bianca inamidata in testa si muoveva gi con disinvoltura nella grande camera e con altrettanta disinvoltura maneggiava boccette e boccettine che sopra un tavolo coperto da una tovaglia di fiandra formavano
una piccola ma ben fornita medicheria. Dalla poltrona destinatale per riposare, Clelia poteva vigilare ogni respiro del suo paziente che aveva appena socchiuso gli occhi quando il medico era ripassato per accertarsi che non ci fossero imprevisti; un po' pallido ma il volto sereno Jacopo aveva trasformato il dormiveglia in sopore.
Qualche linea di febbre era salita durante la notte, qualche perla di sudore era stata asciugata con un fazzolettino di lino, qualche traccia di immagine era passata attraverso l'ordito dei sogni labili e sfumati. Se provasse o no dolore non si poteva stabilire se non attraverso qualche smorfia, perch per natura o per antica abitudine non si lamentava mai della sofferenza fisica. Gi quando in collegio veniva sottoposto a vessazioni di ogni tipo, addirittura una volta, uno schiaffo datogli da un anziano prefetto gli aveva fatto saltare tre denti, lasciandogli l'impronta delle dita sulla guancia per giorni e giorni e la fitta fortissima insieme alla mortificazione e all'impotenza di non poter rispondere all'oltraggio, lo avevano reso attonito, nemmeno un gemito era uscito dalla sua bocca, aveva vomitato per via dello schifo prodotto dal contatto con quella mano infida e immonda, ma non aveva fatto uscire un lamento. L'odio per quella categoria non lo aveva mai abbandonato, ma aveva lasciato agli occhi il compito di dimostrarne l'entit.
Clelia, con la sua mantella di lana lunga a coprire anche le ginocchia, nella veglia notturna era solita lavorare ai ferri; d'estate intrecciava fili per ottenere sottovesti da donna e d'inverno, con la lana, faceva calze; lavori grossolani perch per i fronzoli non c'era posto dovendo essere, il tutto, utilizzato da persone semplici, abili a strappare le erbacce dei campi, a governare maiali e polli, a sbatacchiar panni sudici nell'acqua del lavatoio, a raccogliere castagne nel bosco. Zoccoli di legno ai piedi e la giornata incominciava cos.
Sferruzzava veloce e poco prima che si facesse giorno riponeva ferri e quant'altro in una borsa di tela di juta, ricavata con garbo da un vecchio sacco ancora in buono stato, che appoggiava dietro un piccolo paravento, una chinoiserie dipinta con pavoni e fiori di loto utile a isolare il paziente durante la toilette. Lei, invece, aveva a disposizione un piccolo spazio contiguo alla camera dove poteva ritirarsi per un suo momento di private necessit; una brocca piena d'acqua e una catinella erano poggiati sopra un ripiano di marmo carrarino, spazzola, pettine, qualche forcina erano sempre l pronti all'uso. Da un lato della brocca le frange di un asciugamano bianco scivolavano composte nel vuoto.
Appena pronta ad affrontare il nuovo giorno la Clelia si accertava che tutto fosse in ordine, che sul tavolo le boccette marroni contenessero le quantit stabilite, che le siringhe e gli aghi fossero stati bolliti e le forbici disinfettate con l'aceto, una bottiglietta del quale era in prima fila, subito a portata di mano insieme a panni di lino e canapa che potevano esserne imbibiti. Un barattolo con polvere d'argilla verde e uno con argilla bianca assolvevano ai pi svariati usi con le loro propriet curative e antibatteriche, olii essenziali, semi di lino e lavanda erano approntati in prima fila e non appena il paziente fu lavato con estrema cautela e delicatezza e rivestito con una camicia pulita, alcune gocce di lavanda furono sparse ad aromatizzare l'ambiente, reso gi ossigenato dall'apertura a bocca di lupo della portafinestra. Aperte le tende, la luce ancora impigrita faceva intravedere una giornata di sole. Il Poggetto era sveglio gi da un po', la servit era intenta a eseguire le proprie mansioni nel pi totale silenzio per non infastidire il nobiluomo che nel frattempo era gi pronto per sorseggiare una tazza di t.
Il polso segnalava qualche linea di febbre, l'auscultazione prevedeva qualche cautela ma, nell'insieme, Folco Franceschi non era preoccupato; raccomand di areare bene la stanza senza che l'aria diretta arrivasse all'ammalato e si conged dicendo che sarebbe ripassato prima del pranzo. Jacopo, che nonostante le ammaccature conservava la sua vena ironica, pens che il suo amore per i viaggi in carrozza fra i monti dell'Appennino avrebbe dovuto essere ridimensionato: la sferzata di energia che solitamente ne ricavava si era trasformata in una bella scudisciata in pieno petto.
Non potendo svolgere alcuna attivit perch l'indolenzimento era sparso in tutto il corpo, come del resto
aveva previsto il dottore, chiese che fossero socchiuse le tende e volle essere lasciato solo, congedando anche la Clelia che avrebbe dovuto tornare al momento del consomm. Quando tutti furono andati prov un senso di rilassatezza e abbandono, voglia di respirare profondo e accogliere benevolmente tutto ci che la mente gli avrebbe mandato. Guard la volta affrescata del soffitto dove tanti piccoli putti sorreggevano ghirlande di aquilegia e gelsomino e dove un roseo e paffuto Cupido scoccava le sue maliziose frecce verso un'ignara coppia di amanti. Su quei due soggetti ferm la propria attenzione: chiss se erano davvero diventati amanti? Chiss se quell'amore si era manifestato o era rimasto celato come l'acqua nei fiori dell'aquilegia?
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1820.
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Da quando si era sparsa la voce che si sarebbe inaugurato un nuovo circolo a Palazzo Buondelmonti, Firenze era in fermento. Per gli intellettuali si trattava di un interesse volto al mondo della cultura, per il popolo era un argomento di cui parlare e sparlare, perch l'idea che un signore di origine ginevrina venisse in citt ad aprire un Gabinetto scientifico e letterario sapeva di esotico e destava parecchia curiosit e voglia di bisbigliare.
Era la fine di gennaio quando ci fu l'inaugurazione; il freddo aveva creato qualche difficolt durante i preparativi, il velo di ghiaccio che si formava durante la notte rendeva pi complicati i lavori della mattina, ma nonostante gli intralci il Palazzo si preparava all'evento con gran fervore e sollecitudine e anche tutti gli altri palazzi della Piazza Santa Trinit parevano partecipare all'avvenimento, diretti all'unisono dall'alto della Colonna della Giustizia. Un formicaio di braccia e gambe, qualche moccolo in fiorentino, scope di saggina, cenci bagnati e strizzati furono i veri protagonisti di quei momenti di preparazione e poche ore prima dell'apertura, quando furono portati le piante e i fiori a completare il laico magnificat, c'era davvero di che gridare alla meraviglia, che divenne incanto allorch furono accesi i lumi a olio dell'interno e i fanali della piazza.
Intanto leggeri tessuti cominciarono a sfiorare il selciato difronte al grande portone, i colori pastello, i nastri e i ricami degli abiti ancora impero che avvolgevano la silhouette delle signore si fecero apprezzare in tutta la loro impalpabile sensualit allorch, abbandonati gli ampi mantelli al guardaroba, si aprirono la strada verso le sale destinate alle conversazioni al braccio di signori con barbe meticolosamente ordinate, basette lunghissime e baffi arricciati.
Seduto in una poltrona di raso color miele, Jacopo si guardava intorno a cercare volti conosciuti con i quali intrattenersi. Aveva aderito con grande entusiasmo all'invito che gli aveva fatto il Vieusseux, al quale era legato da sentimenti e interessi comuni, di cui ammirava la lungimiranza e l'intuito e l'amabilit con cui discuteva qualsiasi argomento: mai arrogante, mai superficiale, sempre pronto al confronto: una mente oltre. Si erano conosciuti in un salotto qualche anno prima e, al Vieusseux, era rimasto subito simpatico quel giovine toscano con gli occhi verdi e il modo di fare franco e spigliato, bene educato, amante dei viaggi e curioso delle culture degli altri popoli. Si erano poi rincontrati, stabilendo una comunicazione costante fatta di scambi epistolari e di visite reciproche, tantoch Jacopo era stato uno dei primi a cui era stato fatto pervenire l'invito per partecipare a questa serata che da subito si era rivelata ricca di interesse e vivace. Sin dal vernissage si cap che quel luogo sarebbe diventato il crocevia di grandi intelletti, di grandi progetti,
di convincimenti e gi il Manifesto, laddove la citazione dei versi del Petrarca Ch'Appennin parte e il mar circonda e l'Alpe, proponeva la lettura dell'Italia nei termini di una terra con una fisionomia gi segnata nella propria esclusiva fisicit, si trovava quella brezza che avrebbe soffiato fra poco e che avrebbe portato a nuovi venti.
Per un ventiduenne di una citt della provincia toscana era certamente motivo di orgoglio trovarsi l quella sera e fu proprio l, in quella fucina, che il suo cuore si aperse al nuovo magistero che tanto gli avrebbe dato e tanto tolto e in cui avrebbe creduto per sempre: era per esso che ora stava fissando dal proprio letto la volta del soffitto che un po' lo inquietava a causa dei due indecifrabili amanti avvolti in due tuniche rosso carminio. Ma anche molti dei suoi amori erano stati indecifrabili, per cui guardare quelle due morbide figure gli riportava alla mente lampi della propria vita e nei momenti di obbligata afflizione rammentare e riappropriarsi di ci che gli era appartenuto, ebbrezze e abissi compresi, lo faceva sentire ancora vitale.
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1824.
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In giovent, quando le pulsioni erotiche avevano cominciato a palesarsi in tutta la loro intensit, Jacopo, che aveva a disposizione un cospicuo patrimonio ereditato dopo la morte del fratello maggiore, aveva potuto permettersi di accedere ai piaceri sessuali che lui chiamava piaceri amorosi con gran facilit. Viaggiare per conoscere nuovi paesi era diventato, allora, anche un modo per sperimentare carnalit, avvolte in soffici pellicce davanti a un camino o nudit avvolte di nulla sotto verdi pergole profumate o bordelli dagli sgradevoli odori mescolati a effluvi, dove seni e cosce si consacravano a rituali conosciuti da tempo o concepiti per caso o angoli di piccole strade che avevano voci suadenti e pronte a diventare sussurri di finte volutt. Cos, mentre consultava carte geografiche e libri, mentre appuntava musei e gallerie da visitare, trattorie e ristoranti dove ben mangiare e bere, segnava con un punto blu le zone consigliate da amici prodighi di descrizioni e l puntualmente si recava per poi restituire il proprio parere.
Preferiva vellutati capelli scuri appena scomposti, magari appuntati in parte a formare come un'onda sulla fronte, l'onda di un mare pigro ancora indeciso se frangersi frusciando, o rotolare a riva con piglio impudente, senza riguardo. Preferiva la naturalezza, quella di un incontro
per caso piuttosto che la stucchevolezza di appuntamento predisposto e previsto in tutto il suo svolgersi, per questo difficilmente annunciava il proprio arrivo quando si trattava di andare in un luogo di questi; si presentava di sorpresa, non parlava con altri avventori, pochi cenni e si dileguava in camera preceduto dall'accompagnatrice del momento; portava con s una bottiglia di champagne che beveva a piccoli sorsi senza mai brindare. Fantasie e iniziative le lasciava alla donna. Mai irruente, quasi pigro, qualche volta svogliato, era come se vivesse il piacere attraverso un filtro, attraverso qualcun altro.
Fu in uno di questi luoghi, durante un soggiorno a Roma, che venne a sapere della morte di Lord Byron. Ne parlavano a voce alta alcuni clienti mentre indugiavano nella sala di attesa, in compagnia di alcune fanciulle che, totalmente disinteressate all'argomento, continuavano a strusciare i loro appetibili corpi discinti, passando e ripassando da un consumatore all'altro.
Jacopo, colto di sorpresa, turbato, fece chiamare la carrozza che lo aspettava poco lontano e dette ordine all'allora giovane Anselmo di riaccompagnarlo subito in albergo. Nella hall, appena entrato, il concierge gli consegn una busta con un timbro in ceralacca di cui riconobbe lo stemma: Lord Byron era morto, la notizia che circolava era vera. Era morto a Missolungi, era morto di febbre, forse, nell'ora che segue il tramonto del giorno, quando sotto la luna svanisce il crepuscolo. Era accorso in Grecia per
appoggiare gli insorti che rivendicavano l'indipendenza dai turchi: un sudario aveva accolto i suoi ultimi tremori.
Volle ripartire, Jacopo e non pose tempo in mezzo; dette ordine che tutto fosse pronto per la mattina seguente, cen in hotel, chiese che gli fosse portata in camera una omelette con erbe e una bottiglia di Verdicchio. Mangi con lentezza, la forchetta pigra a indugiare nella soffice pietanza, i rebbi a raccogliere le verdure come se le punzecchiassero: c'era un gran silenzio quando si coric. Nella bottiglia era rimasto un dito di vino. Quando la mattina part, mentre si allontanava dai pini di Roma, non ebbe dubbi: aveva fatto la scelta giusta.
All'ansia della partenza si era accompagnata quella del percorso che era stato pi stancante e pi lungo del solito; qualche disguido ai cambi di posta, la pioggia non violenta ma costante, un'imprevista deviazione l'avevano reso irascibile e taciturno; non aveva avuto nemmeno voglia di sfogliare le pagine di alcuni periodici musicali che aveva con s e che riportavano notizie dell'avvenuta esecuzione dell'ultima opera di Daniel Auber, genere del Grand Opra che tanto faceva discutere i critici italiani. Solitamente si divertiva a leggere le dispute e le frecciate aspre che i recensori si scambiavano senza alcun riguardo e che tenevano alta l'attenzione del pubblico sulla convenzione del melodramma italiano rispetto a quella nuova moda che veniva dalla Francia e che privilegiava l'aspetto scenografico, spesso a scapito della bont delle
voci che invece, per gli italiani, rappresentavano puro orgoglio e miracolo per l'udito. Stavolta il pensiero rivolto alla triste notizia l'aveva avulso dal presente. Si chiedeva cosa avrebbe potuto fare di utile per quel paese vessato e, dal momento che il suo stato fisico non gli permetteva azioni sul campo e scartate alcune trovate, si convinse che la vendita dell'argenteria di casa avrebbe potuto essere un buon modo per portare soccorso: il ricavato sarebbe stato devoluto alla causa greca, in modo da dare un aiuto concreto che avrebbe contemporaneamente onorato la memoria di un fiero patriota e di un superbo poeta. Questa scelta lo fece sentire meglio e nell'ultima parte del viaggio fu meno angosciato e pi propenso alla positivit.
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1851.
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Dopo una decina di giorni di degenza il dottor Franceschi convenne che poteva far rimettere in piedi il suo paziente, il quale, gravato dall'insopportabile routine dei giorni passati in quella camera, chiese subito che avvicinassero una poltrona alla finestra e sostenuto dal braccio del dottore a sinistra e appoggiandosi a un bastone con la destra, piano piano si avvicin ai vetri a ricercare la vita in quella natura che, in fase del ciclico riposo, riproponeva il gioco dell'eterno ritorno. Nella sua lunga vestaglia si sedette in poltrona, l'aria fresca gli fece chiudere il bavero, Folco Franceschi lo salut con il solito rituale, la Clelia si conged ossequiosa. Jacopo pens che era l'ora di far accendere i camini. Si sentivano gli odori della domenica che provenivano dalle casette poco lontane: la legna che bruciava, il pane cotto nel forno, la zuppa di fagioli, il giorno di festa, ai poveri, questo regalava. A lui, invece, alle 12,30 in punto, il cameriere avrebbe portato petto di gallina con carote e un dolce alla crema. Osservava il giardiniere che finito di raccogliere le foglie gi numerose rimetteva gli attrezzi nella carriola per riportarli nel magazzino e gli venne l'irrefrenabile impulso di tornare al suo giardino, dove lo aspettavano piante cresciute e curate una per una con amore e meticolosit, ma si rendeva conto che il ritorno era per ora una lontana realt; sent
bussare alla porta, Giuseppe gli portava il pranzo, erano le 12,30, perch la pendola suon la mezza ora. Non aveva ancora voglia di mangiare, si fece lasciare il vassoio sul tavolo con la pietanza in caldo: avrebbe chiamato lui per farlo portare via.
Il manico d'argento del bastone su cui Jacopo si era appoggiato per arrivare alla poltrona faceva capolino dal plaid che gli scaldava le gambe, la piccolissima incisione che lo ornava era cos piccola che si poteva leggere solo usando una lente d'ingrandimento ma lui sapeva che c'era e la cerc con la mano come per sincerarsene.
Era il ricordo di una lunga storia d'amore, un simbolo discreto che lei aveva voluto fosse noto solo a loro due: era una chiave di contralto.
Gli parve, allora, di ripercorrere i passi che tanti anni fa, nell'umida e nebbiosa Rovigo, aveva fatto per entrare a teatro e lei, Gemma, la Rosina del Barbiere di Siviglia di Rossini, appena apparsa sul palcoscenico l'aveva catturato. Era bella. Alle doti canore univa la sicurezza di chi sa muoversi con piglio delizioso, rendendo la vivacit e la scaltrezza del personaggio e la sua determinazione con grande abilit; la pelle candida del decolt e delle braccia avvalorava la giovane et della protetta di don Bartolo e faceva immaginare tacite intese e abbracci soavi.
Jacopo non era a teatro n in quella citt per caso. Il Polesine gi da prima del Congresso di Vienna era un territorio occupato militarmente dall'Austria e dopo il 1815
era divenuto parte del Lombardo Veneto attivando, per contro, un laborioso rigetto carbonaro che aveva portato alla sorveglianza e poi alla detenzione di molti affiliati, alcuni dei quali erano stati inviati allo Spielberg senza tanti complimenti. Jacopo, che nella sua Toscana aveva fraternizzato con alcune vendite, si trovava l per conoscere meglio come stessero andando davvero le cose. C'era ancora una rete solida e attiva di proseliti e a che punto erano da temersi il controllo della polizia politica e le spie che a essa facevano riferimento? Cos, in accordo con i consorti di Pistoia, aveva scelto di essere a Rovigo nel periodo del carnevale, quando il celarsi o l'apparire l'avrebbero reso rintracciabile a suo piacimento facilitandogli l'osservazione e l, dal palco del teatro, aiutato da un binocolo, poteva scorgere atteggiamenti, scambi di occhiate, gesti capaci di svelare molto di ci che voleva indagare.
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1830.
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Jacopo gi da tempo era ritenuto un simpatizzante giacobino; in Toscana ogni citt aveva recepito il bonapartismo a proprio modo e Pistoia, che era un luogo vivace e attento alle nuove proposte, in molti casi, era stata contagiata da quelle dottrine che la rivoluzione francese aveva impartito e propagandato, cos, gi dalla fine del 18esimo secolo quando l'arme di Napoleone si era ritirata, il capoluogo aveva visto attivarsi con grande zelo l'attivit bonificatrice compiuta da solerti funzionari granducali, i quali avevano incentivato la subdola pratica della denuncia anonima che attivava, anche senza alcuna prova, arresti esclusi dalla possibilit di difesa.
Dopo molti anni e il trascorrere di eventi politici di segno diverso, con la fine dell'esperienza napoleonica e, qualche anno dopo, nel '20 e '21 con le rivolte in Piemonte, Lombardia e in Sicilia, i cui echi erano arrivati ben presto in Pistoia, il Buon Governo aveva ripristinato la sorveglianza di coloro che erano sospettati di attivit carbonara e un giovane come Jacopo, che fin da giovanissimo era stato ammesso nel salotto di casa a conoscere i molti liberali che la frequentavano, che aveva a disposizione una fornitissima biblioteca su cui formarsi, che ospitava nella propria villa scrittori, poeti, artisti, progressisti, era stato scrutato fra i primi. Eppure non erano mai riusciti a incastrarlo, una sorta di burla infinita pareva essere messa in atto da Jacopo che, anche a suon di francesconi, era sempre riuscito ad averla vinta. Quando poi il termine e il significato di Nazione erano entrati a far parte del lessico e della ideologia liberale, allora, la fierezza di appartenere a quel credo si era fatta ancora pi salda e consapevole, tale da mettere a repentaglio perfino la propria vita. Questa consapevolezza di rischiare il tutto per tutto non aveva fatto arretrare di un passo n Jacopo n i suoi amici, i quali, anzi, avevano rafforzato l'impegno nel portare avanti le loro convinzioni e ora, l nel teatro di Rovigo, fra cabalette, canzoni e arie del Barbiere, stava eseguendo un incarico concordato col gruppo pistoiese a cui apparteneva. Aveva riconosciuto alcuni elementi di cui aveva visto vaghi ritratti fatti su carta improvvisata, Aveva fatto le proprie deduzioni, sapeva che i prossimi giorni avrebbe avuto la possibilit di aggiungere tasselli alla sua indagine: era contento, stava applaudendo gli interpreti che tutti insieme sul palco raccoglievano il consenso del pubblico: l'abile Figaro, il raggirato Don Bartolo, Don Basilio e Lindoro e Rosina che con una rosa bianca in mano salutava e ringraziava. Era davvero bella.
Dopo lo spettacolo Jacopo era salito subito in carrozza, la sera di Rovigo era uggiosa, continuava a piovere e faceva freddo, il ricordo dei carbonari torturati e poi portati nella negletta fortezza di Brno era ben presente e incombeva, dormire con queste ombre non sarebbe stato facile. "Ordiner l per l una bottiglia di vino", pens, e mi sar di sollievo l'immagine di Gemma mentre canta". Cos bevve e pens intensamente a lei e alla sua rosa bianca, alla squisitezza di quel gesto che gli rimase negli occhi anche quando si addorment. La legna nel camino rimase accesa tutta la notte.
Il Polesine era una terra amara e difficile, Adige e Po sempre pronti a scivolare le proprie acque sulla terra ferma erano una preoccupazione costante per gli abitanti, quasi tutti pescatori di laguna. Bertobelli, tramagli, barchini, facevano parte del paesaggio ammorbidito dalle fluenti canne che compiacevano le infinite anse che il delta propone e fra le quali i remi raccattavano ritmicamente l'acqua perennemente cupa.
La notte di Jacopo era passata senza angosce nel silenzio ovattato delle brume; al mattino era gi pronto per svolgere il suo incarico; indossato un mantello pesante si avvi a piedi verso il vicinissimo centro della citt. Un vago accenno di sole lo incoraggi nella passeggiata; aveva un appuntamento con un collaboratore genovese che davanti a un caff gli rifer degli ultimi avvenimenti e del genio del giovane Giuseppe Mazzini. Decisero di ritrovarsi per pranzare insieme, ma ora Jacopo doveva fare una commissione alla quale non poteva rinunciare: voleva mandare fiori a Gemma, tanti fiori, una corbeille, che potesse ricevere a teatro dove stava facendo le prove. Sapeva che stasera l'avrebbe incontrata al ballo in maschera all'Accademia dei Concordi e i fiori sarebbero stati il suo biglietto di presentazione. A mezzogiorno si ritrov in taverna per il pranzo: il risotto alle rane era buono, la tovaglia di canapa pulita, le scodelle di coccio asciutte e lustre, i due commensali seduti uno di fronte all'altro chiacchieravano del pi e del meno; ogni tanto una risata faceva intendere il loro buonumore e il buon fine del loro incontro. Jacopo aveva in pi l'euforia di colui che ha un'aspettativa seducente. Anche se non amava i travestimenti, le due ore che precedevano l'ingresso al gran ballo le aveva passate a prepararsi e a controllare che tutto fosse in ordine: il ferraiolo stirato, la bata che doveva aderire perfettamente al volto e il tricorno che doveva calzare a pennello, la fibbia delle scarpe lucida, le calze con la giarrettiera, tutto molto scomodo, facevano di lui un nobile veneziano del '700. Era pronto, alle ore 17,30 era all'ingresso dell'Accademia ed entr con un po' di disagio: sapeva perfettamente che sarebbero stati presenti anche membri della polizia, perch i luoghi d'incontro erano sempre tenuti d'occhio ma non era preoccupato, il suo pensiero era a Gemma, chiss se l'avrebbe riconosciuta anche con la maschera.
La festa aveva in programma danze di gruppo e di coppia, quadriglie, polke, mazurke e valzer e un divertente fuori programma: appresso l'ora di cena, senza alcun preavviso, la musica si sarebbe interrotta, cosicch la danza si sarebbe dovuta fermare e ogni coppia formatasi non avrebbe avuto pi la possibilit di essere cambiata. Dama e cavaliere dovevano togliersi la maschera e avviarsi nel salone dove sarebbe stata servita la cena di gala e prendere posto al tavolo l'una vicina all'altro. Nessuno si chiese di questo garbato imbroglio e nessuno doveva aversene a male: nel periodo del mondo alla rovescia era permesso ben altro. C'era gi fermento nelle stanze dell'Accademia ch queste feste creavano grande aspettativa, prodighi di colori i travestimenti avevano un forte impatto, celarsi nei panni di qualcun altro, proporre altre apparenze sembrava una faccenda assai gradita, rendersi diversi liberava fantasie altrimenti inaccettabili. Jacopo, che non amava camuffarsi, era qui, soprattutto forte del desiderio di poter avvicinare la giovane che tanto lo aveva incantato e sperava che qualche arcano impulso, qualche impalpabile moto, gli facesse percepire la di lei presenza. Fra le tante Colombine e le Arlecchino, qualche contadinella e qualche dama con la Moretta era difficile cogliere nel giusto; c'era una Pierrot che poteva essere lei, ma non era la sola; era per particolarmente ben truccata e aveva curiosamente l'abito con i colori invertiti, gonna e casacca erano di velluto nero con i bottoni bianchi, basco nero a nascondere completamente il colore dei capelli e una lacrima nera impeccabile sulla biacca del viso a contrasto con il cuore rosso della bocca: sugli occhi una mascherina nera, al collo una piccola gorgiera bianca che le permetteva di muovere collo e testa con disinvoltura: "Se fosse lei?". Intanto per la cercava anche nei piccoli gruppi che indugiavano aspettando l'avvio delle danze, sui divani che contornavano la grande sala, al tavolo apparecchiato per le bevande. "E se non arrivasse?", si chiede mentre cercava di vigilare quella che sentiva diventare inquietudine; qualche battito in pi era l'avvertimento di una trepidazione che non doveva assolutamente trasformarsi in ansia, per questo si avvi verso il tavolo per bere un sorso d'acqua, operazione complicata quando si indossava una bata ma, cavandosela brillantemente, questa piccola conquista gli infuse coraggio. Intanto, una chiarina suonata dal banditore del carnevale annunciava l'avvio della preparazione al ballo. Dame e cavalieri sarebbero stati abbinati a caso e tenendosi sotto braccio sarebbero andati subito a disporsi a cerchio in mezzo alla sala e si sarebbero presi per mano; il primo ballo sarebbe stato, quindi, ovviamente una quadriglia, proprio a predisporre gli animi al buonumore e alla socializzazione, ch la musica popolare, per questo scopo, era ineguagliabile. Si sciolsero subito inevitabili rigidezze, ci si lasciava andare al ritmo, alla confidenza di passi gi calcati, alla vivacit che la festa proponeva.
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1830.
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C'era divertimento, c'erano complicit, il veglione stava riuscendo proprio bene, ogni cambio di ballerina era una nuova avventura a cui Jacopo era sottoposto nella ricerca di svelare quell'amabile identit: dal vuoto inquietante degli incavi della sua maschera bianca si affacciavano i suoi due indiscreti occhi verdi che rendevano viva quella cartapesta altrimenti inanimata e spettrale.
Poi, finalmente, era lei, era la bocca a cuore di quel Pierrot che accennava un sorriso quando sospesa la musica di un valzer si svelava nella sorpresa di quell'innocente giochetto; durante la cena sarebbero stati vicini, il momento era carico di emozione, un'emozione che si sarebbe protratta per tutta la sera. Dai presenti part un lungo applauso, anche loro l'avevano riconosciuta, era implicito che sarebbe stata lei la regina della festa, era implicito che sarebbe stata la loro coppia ad aprire la sfilata che si avviava verso l'immensa tavola preparata con grande cura.
Gemma era una brava conversatrice, era brillante e colta e sapeva condurre gli argomenti dove voleva lei: la musica, l'arte, l'attualit, erano dimensioni che la interessavano, ma negli interlocutori c'era anche la voglia di conoscere quali erano i segreti del suo mestiere, quando e come aveva cominciato a cantare, quali personaggi prediligeva, in quali teatri si sarebbe esibita prossimamente e, cos, il tempo volava e a breve sarebbe stata notte e Jacopo avrebbe dovuto trovare il modo di farsi ricevere a Genova dove lei, chiacchierando, aveva detto che avrebbe cantato nell'immediata primavera; sarebbe stata un'altra opera di Rossini quella dove era impegnata, aveva il ruolo di Angelina nella Cenerentola. "La saluter con piacere se verr a teatro", si accomiat cos da Jacopo che dopo un inchino, andato a rivestirsi del pesante mantello, congedandosi da altri conoscenti, si avviava a salire in carrozza per fare ritorno in albergo. Stava piovendo fitto fitto ma a lui pareva piovessero leggiadri fili di seta, si rintan nella calda lana del tabarro, vogliosa trasfigurazione di un abbraccio e in camera, svestitosi, chiuse gli occhi per rammentare attimo per attimo i momenti trascorsi con lei. "La saluter con piacere se verr a teatro,  una promessa", pens, mentre un vischioso tepore gli lambiva la mano.
Altri due giorni a Rovigo, poi il ritorno era previsto senza altri soggiorni direttamente a Pistoia, dove lo aspettavano significativi impegni di lavoro, dal momento che in citt l'Accademia di Scienze, Lettere e Arti, della quale Jacopo era il maggiore punto di riferimento, doveva essere costantemente alimentata con nuove iniziative.
In quegli anni l'Accademia era diventata un'alternativa al movimento carbonaro e massone che, perennemente
sotto il controllo del Buon Governo, cercava di esprimersi anche in sedi diverse come quelle dei circoli culturali, in cui si ritrovavano personalit ricche di nuove visioni anche se di provenienze diversissime tra loro: c'erano esponenti delle professioni liberali, nobili conservatori e perfino rappresentanti del clero e, anche se un articolo dello statuto proibiva il trattare di politica, i temi discussi, fossero la religione o la filosofia morale o la letteratura o le belle arti, contribuivano a far crescere dibattiti che sfociavano in consapevolezze nuove e risolute. Jacopo era un primo attore anche quando dopo i moti di Napoli aveva ospitato due fuggiaschi di passaggio verso la Svizzera e con loro, nascosti in una propriet di campagna, aveva avuto modo di ribadire punti di vista, di rilanciare posizioni e di progettare incontri futuri che fossero protetti discretamente attraverso una rete di compagni fidati. Nell'Accademia era stata caldeggiata dopo gli anni '20 l'idea di commentare i classici della lingua italiana e di estendere lo studio anche alle vicende e alla societ in cui era vissuto l'autore illustrato e la passione per questi argomenti era cresciuta e aveva fatto allargare il numero degli iscritti, che sempre pi curiosi accorrevano alle riunioni. Era la conferma di avere imboccato la giusta strada, ricordare i benemeriti della Nazione era stato un passo di immenso significato, agito con la coscienza di costruire mattone per mattone il convincimento nazionale, e l'interesse che i giovani avevano dimostrato di trarre dagli incontri aveva superato ogni aspettativa e faceva davvero ben sperare. D'altra parte il coinvolgimento giovanile era un obiettivo che doveva assolutamente essere raggiunto se si voleva dare vita a quei progetti che, passando dalla teoria all'azione, prevedevano rischi che solo i giovani sarebbero stati in grado di affrontare, cos la cura che si dedicava alla scelta e alla preparazione degli argomenti da esporre era accuratissima e tale da diventare addirittura un rendiconto sociale.
Da quegli anni di acqua sotto i ponti ne era passata, di avventure ne aveva vissute e molte e rischiose in prima persona e ora che quello stupido incidente alla ruota della carrozza lo aveva bloccato l, in quel piccolo borgo, all'inizio dell'autunno, si sentiva avvilito e inerte. Giornate trascorse con la voglia di tornare a casa e ai suoi impegni lo imbrigliavano in ore interminabili, ma qualche linea di febbre ogni tanto e il costato ancora dolorante consigliavano al dottore di trattenerlo al Poggiolo; la stagione, inoltre, si era gi promessa con grigiori e temperature frizzanti per cui la degenza doveva prolungarsi e la pazienza rafforzarsi. Le notizie che arrivavano da Pistoia lo tranquillizzavano, del resto sua madre sapeva bene come condurre le propriet, non le mancavano abilit n esperienza, ch gi altre volte era rimasta da sola a occuparsi di quell'importante patrimonio. La vedovanza e la morte del primo figlio maschio l'avevano costretta a impegnarsi nel governo di immobili e terreni e ora, anche se l'et cresceva e qualche malanno iniziava a far capolino, gli comunicava di non preoccuparsi, di stare sereno e che gli avrebbe mandato al pi presto certe carte da firmare, la posta ordinaria, i giornali e i bollettini.
Jacopo aspettava impaziente soprattutto i materiali che gli inviava quasi sempre regolarmente Giovan Pietro Vieusseux, fra gli altri, il Giornale Agrario Toscano gli era pi volte servito per allargare confini altrimenti ristretti e a sviluppare tecniche rivolte a facilitare il lavoro delle maestranze alle quali teneva molto, perch pensava che fosse un dovere dei maggiori abbienti occuparsi della crescita dei propri lavoratori e in questo sua madre Eugenia l'aveva sempre incoraggiato; anche lei, da nobildonna pia e devota senza essere bigotta, riteneva giusto che la carit non dovesse essere unicamente un obolo che lavava l per l la coscienza del donatore, per poi riportare il subalterno alla medesima condizione di servo.
Vieusseux non era soltanto la persona cui riferirsi se si aveva bisogno di libri o giornali difficilmente reperibili e neanche soltanto l'uomo vulcanico, il viaggiatore instancabile, il mercante lungimirante in cui albergava un fiuto raro, tale da consentirgli di intercettare e precorrere le tendenze culturali del momento per cui aveva creato a Firenze, citt vissuta non solo da letterati ma altres da ricchi commercianti e imprenditori, quel Gabinetto luogo di incontri che permetteva ai soci di intrattenersi per molte ore, anche a parlare di politica, sebbene discorsa cripticamente. L'anziano ginevrino, per Jacopo, era molto di pi, poich era intervenuto proprio negli anni in cui, per un'intercettazione della polizia, era stato sull'orlo di essere arrestato. L'aveva soccorso procurandogli documenti falsi e nascosto per qualche mese presso amici fidati, finch le acque si erano calmate ed era potuto tornare a Pistoia. Se paura e riconoscenza erano stati i temi che avevano dominato i suoi sentimenti in quelle circostanze di grande tensione, passata la paura era rimasta una gratitudine infinita e un'apertura del cuore che avevano solidificato il suo affetto. Per questo, l dal Poggetto, aveva per primo scritto a lui e raccontandogli dell'incidente gli aveva espresso il desiderio di vederlo.
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1826.
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Destreggiarsi fra gli zelanti uomini della polizia e i loro logoranti sospetti non era facile, a ogni riunione, a ogni incontro si dovevano adottare strategie che camuffassero le intenzioni reali e le iniziative dovevano essere credibili, accurate e svariate. Concerti, mostre, acquisizioni di libri, ma anche cene in trattorie ruspanti che per fungevano da specchietto per le allodole, dal momento che in quelle sedi non si affrontavano argomenti delicati, e poi la fantasia si era sbizzarrita in modo davvero estroso quando si era pensato di fare arrivare consorti da altri Stati e anche dall'estero con la scusa di dimostrazioni di merci da propagandare. Prodotti alimentari ma anche manufatti in cuoio, seterie, argenti, calzature che permettevano di inserire simboli e crittografie leggibili solo in gergo, consentivano pomeriggi e serate all'insegna dell'impegno patriottico, raccogliendo anche somme da mettere a disposizione della causa. Pure i tornei di carte, briscola e scopa e poi il poker, erano fantastici per gestire conversazioni sibilline accompagnate da bicchierini di rosolio, alchermes, rabarbari o caff. Faticosa e affascinante quell'et giovanile era pronta a rigermogliare, certo, Jacopo non avrebbe pi potuto affrontare certi azzardi, ma aveva continuato a nutrire sogni che traduceva in consigli, ammaestramenti e contributi economici ai nuovi membri, fra i quali si notavano molti studenti.
I mesi che aveva vissuto sotto falso nome presso una piccola azienda di viticoltori, amici ginevrini del Vieusseux, nel territorio delle Cinque Terre, gli avevano consentito incontri con gente di fatica poco propensa ai discorsi ma generosa nei fatti e negli affetti, inerpicata tutto il giorno su quelle lievi colline scoscese, sospese nei silenzi e nei tonfi del mare, appena in equilibrio fra le rocce e gli stretti stradini arroventati d'estate, corsi da libecci e scirocchi e avvinghiati dalle mareggiate invernali, gente che doveva rosicchiare centimetri di terra ai sassi per poter piantare anche soltanto una piantina di vite in pi e la cui sorte dipendeva dalla propria diligenza, dalle collere o dal benvolere della natura; quegli uomini e donne rugosi e scuri di sole che rientravano al tramonto nelle loro casupole da presepe gli serbavano poche parole e molto loquaci silenzi, insieme a un pezzo di formaggio di capra e un bicchiere sempre pieno. Jacopo vestiva i panni di un geologo venuto a preparare gli studi per un convegno e a rigenerare la propria forma fisica dopo un periodo passato a campionare miniere. Nessuno si era meravigliato, era gi successo che persone fossero venute a rinfrancarsi in quei luoghi dai tiepidi inverni, cos non c'erano state domande o chiacchiere ma solo rispetto e attenzioni.
L'azienda vinicola era stata acquistata da qualche anno da commercianti svizzeri che avevano viaggiato per l'Italia in lungo e in largo innamorandosene. Loro non avevano badato alla decadenza delle grandi citt, di Roma avevano subito amato gli antichi ruderi, le grandi fontane, le chiese, forzieri di arte preziosa, a Napoli si erano commossi fino alle lacrime davanti al Cristo velato ed erano stati in silenzio davanti al mare di Margellina ad ascoltare le voci dei pescatori mentre aggiustavano il pesce nelle ceste o pulivano i tramagli o li rammagliavano.
Colori, odori, suoni e aria da stordire chi non era abituato e loro gioivano beandosi di queste novit cos contrastanti con le loro montagne alpine e acquistavano gingilli di ogni tipo da portare con s, nei grigiori per rivivere quegli attimi entusiasmanti e inaspettati. Poi, sulla via del ritorno, a La Spezia, avevano sentito parlare di un breve territorio pieno d'incanto quasi tutto a picco sul mare che si raggiungeva solo a dorso di mulo: avevano deciso di visitarlo ed era stato subito amore. Senza starci a pensare avevano acquistato le quattro mura e le terrazze a vite che un vecchio contadino vendeva non potendo pi seguire la produzione e, ipotizzando di vinificare per loro stessi e per gli amici, si erano sorpresi a mandare avanti una piccola azienda sana e fruttuosa che ormai assorbiva tutto il loro tempo; inoltre, in quel luogo lontano da pettegolezzi, pi di una volta avevano ospitato clandestini portando avanti, anch'essi, la solidariet verso quell'Italia tanto piena di bellezza e di antica genialit.
"Un Paradiso" aveva pensato Jacopo quando era arrivato l. I proprietari gli avevano preparato una comoda
camera presso il palazzetto dove vivevano e gli avevano messo a disposizione una casetta con un orticello e una stalla, che da poco erano state trasformate in uno spazio confortevole che gli serviva da studio e da luogo per appartarsi. Era l che leggeva, prendeva appunti, rifletteva e le due finestre che contemplavano il mare e il terrazzino dell'orto col graticcio di canne lo facevano immergere in quegli interminati spazi e sovrumani silenzi che Giacomo Leopardi aveva immaginato anni prima. Quanta luce a illuminare lucertole, olivi, fichi d'India e rosmarini e le barche a rasentare la costa ripida e rocciosa, facendo capolino nei reconditi antri di chiss quali di del mare, che al tramonto paiono uscire a controllare che il rito infinito del sole si compia e che le acque lo accolgano per tenerlo tutta la notte per s. E le stelle cos vicine e vive nell'oscurit di vagheggi che preludono al sonno. Tutto questo gli aveva infuso calma, anche se il timore di essere rintracciato riaffiorava soprattutto quando, con la campana del vespro, si riaffacciavano passate malinconie.
Padre Ernesto lo riceveva, talvolta, nella chiesetta bianca che conduceva e passavano molte ore a scambiarsi opinioni, a parlare di al di l, di resurrezione, di vite gi trascorse, di anima; era un prete colto di cui poteva ben fidarsi: vicino alle idee gianseniste, lettore degli illuministi, celava in canonica, con grande orgoglio, l'edizione livornese dell' Enciclopdie di Diderot e d'Alembert e quando aveva voglia di dilatare spirito e mente si rinchiudeva con circospezione, apparecchiava con un telo il tavolo rustico e vi deponeva un tomo a caso perch qualunque voce leggesse era in ogni caso un premio al suo desiderio di scibile. Parlare con don Ernesto significava poter parlare di tutto a cuore aperto come in confessione, anzi, trattandosi di argomenti che il saggio sacerdote apprezzava e analizzava in tutta la loro complessit, oltre al Sigillo Sacramentale a lui imposto per patto con Dio, adottava un sigillo alquanto terreno che rispondeva alla propria coscienza di uomo.
Sembrava non prendersi mai sul serio e questo lo faceva diventare ancor pi apprezzabile perch rendeva ogni conversazione meno impostata e agibile da chiunque, inoltre era sempre di buon umore e cordiale e i pochi parrocchiani lo percepivano come il loro pater familias; quando si muoveva nei dintorni, sempre preceduto da un bel gatto soriano, compagno di vita e di caccia ai topi che aveva chiamato Plinio, vero Nomen omen, anche se destinato a un felino, si predisponevano ad accoglierlo come un vero congiunto e anche solo pane e acciughe era un modo per mostrargli il loro affetto. Ci che per fin da subito gliel'aveva fatto rimanere simpatico era stato un fatto un po' buffo, dovuto all'abito talare e a quella che lui chiamava la tortura della gonnella perch camminando veloce ci inciampava spesso, cos, per renderla meno croce e un po' pi delizia, l'aveva tirata su al ginocchio legandosela con un cordone in vita, una praticit indispensabile per lui che doveva salire e scendere le stradine ripide e contorte del paese. Questa comodit non aveva niente a che fare con sciatteria o poco decoro perch, anzi, senza essere profumato, don Ernesto portava con s un aroma di vecchie lavande e spighi custoditi insieme alla biancheria nei ripiani degli armadi e quando passava sapeva sempre di buono. Era pisano da generazioni, era figlio di un ceramista e da bimbetto aveva pescato e fatto il bagno in Arno alle Piagge, fra le dune di sabbia che, come un minuscolo arcipelago, emergevano dall'acqua limpida. Aveva spesso fatto a cazzotti con quelli della sua et, aveva spesso tirato moccoli a sproposito e, fin da quando era piccino e il nonno gli aveva raccontato la storia di Galileo, aveva capito che lo studio sarebbe stato il suo futuro: l'universo, le stelle, il sole lo facevano meditare. "L'Universo  un mistero?" si diceva, non potendo per far conto sui mezzi del padre, era entrato in seminario a studiare da prete e aveva frequentato anche i corsi che l'arcivescovo del tempo aveva indetto per formare i giovani sacerdoti ed era effettivamente diventato un buon giovane sacerdote, pur non abbandonando la passione per Galileo e per gli studi di astronomia; detto in camera caritatis, per, era stato questo il motivo che aveva spinto la curia a spedirlo in quel piccolo mondo dove i pericoli di contagiare i fedeli con idee poco canoniche era davvero esiguo. Questa sorta di esilio non l'aveva demoralizzato, tanto della carriera ecclesiastica non
gli importava, non amava prostrarsi n ascoltare o predicare stucchevoli omelie e ipocriti sermoni, il suo intento erano i libri e lo studio e l leggeva e studiava quanto voleva avendo non di meno bene in mente che la carit e l'attenzione alla sua gente venivano prima di tutto. La naturalezza e l'informalit di don Ernesto avevano reso Jacopo pi indulgente verso la categoria.
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1826.
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Quando era rientrato da quel soggiorno forzato, ma che alla fine era risultato molto positivo, soprattutto a vantaggio del suo carattere che era diventato pi riflessivo e malleabile, la situazione a Pistoia era apparentemente pi quieta, anche se i soliti faccendieri politici continuavano a tenere d'occhio l'Accademia e le celebrazioni ai grandi italiani, fiutando in esse odore di complotto. L'iniziativa del Buon Governo aveva in quegli anni tenuto d'occhio diversi luoghi che pensava fossero una minaccia e, fra le delazioni sempre molto gradite e incentivate, le confessioni estorte, le ritrattazioni con relative spiate di altri iscritti, c'era scappato anche un morto, un poeta che convocato al commissariato di Firenze, per paura di essere torturato, si era suicidato sparandosi. La faccenda aveva fatto grande scalpore e destato molte preoccupazioni, ma gli incontri erano proseguiti e nei documenti riservati risultava che a Pistoia esistevano ancora movimenti sospetti. Con questi dubbi che rodevano il fegato agli sbirri e invitavano alla cautela i sospettati era trascorso qualche anno, ma le riunioni accademiche erano continuate nell'ex convento del Carmine, dove gli orti riecheggiavano di incontri di tempi assai pi lontani, dando ai convitati la sensazione di rivivere e reinterpretare momenti storici di suprema grandezza.
Prima degli anni '20 la citt e i suoi dintorni avevano vissuto circostanze traumatiche dovute a una carestia causata da problemi del costo del grano e del granturco e a un'epidemia di tifo che avevano mietuto vittime fra i pi deboli, causando sofferenze, dolore e paura. La desolazione e la fame nelle case povere erano state le uniche compagne di quegli sventurati per i quali non era stato poi facile rialzare la testa. Le strade vuote, i carri su cui venivano posati i cadaveri per essere sepolti fuori dalle mura secondo l'editto di Saint-Cloud e sul quale il Foscolo e il Pindemonte, se pur con intenti diversi, avevano gi espresso il loro dissenso, erano l'immagine disperata di una terribile situazione che solo lentamente era riuscita a svoltare in modo positivo e fatto riprendere alla vita ritmi normali.
Da questi periodi tumultuosi in cui la gente perde orientamento e riferimenti,  scontato che se ne esca facendo riferimento alle istituzioni collaudate anche se reazionarie, in cui si continua a vedere un porto sicuro in cui poter sopravvivere senza rischiare l'annullamento; anche in questo frangente fu cos, anche se, per non molti in verit, la Rivoluzione non era passata invano e le nuove idee avevano fatto presa su coloro che, ben presto, erano diventati nemici della religione, guardati con timore e odio dal resto della popolazione.
Il fatto che Pistoia fosse un po' fuori mano in confronto alle altre citt toscane non l'aveva mai emarginata rispetto agli avvenimenti di cui la Toscana, in quegli anni, era stata protagonista e i cui cambiamenti e passaggi di potere si erano susseguiti con grande rapidit.
Fin dal tempo di Pietro Leopoldo di Lorena, uno dei sovrani illuminati, la regione era stata interessata da importanti riforme messe in atto dal granduca: fra le pi innovative, l'idea di creare una borghesia agricola da anteporre all'aristocrazia cittadina era stata il vero cardine dei cambiamenti intrapresi e aveva messo in moto meccanismi che avevano provocato vere e proprie trasformazioni nella societ. La mobilizzazione dei fondi ecclesiastici, le allivellazioni e le sistemazioni fondiarie, l'abolizione della struttura corporativa e la liberalizzazione del commercio del grano, avevano apportato beneficio all'area rurale pistoiese perch la creazione di una rete di piccoli proprietari, in una decina d'anni, aveva quadruplicato la produzione del grano permettendo anche una seppur minuscola crescita demografica.
Come in una congiunzione astrale, impossibile da impedire e meravigliosa da interpretare, inoltre, gli anni di Pietro Leopoldo si legarono a quelli di un importante e innovativo personaggio, una specie di fulmine a ciel sereno ecclesiastico che tanto fece tremare la Curia di Roma ma che produsse effetti di autentico mutamento. Scipione de' Ricci, il vescovo che in pochi anni riform la chiesa pistoiese, giansenista, fiorentino, di nobile discendenza, educato dai gesuiti non ebbe vita facile, ma segn
una svolta di grande impatto il cui retrofront non fu pi possibile. Condivise, infatti, col Granduca il proposito di ridurre l'influenza della Chiesa sia nello Stato che nella societ; il risultato positivo, ottenuto anche attraverso il Sinodo che convoc a Pistoia nel 1786, non fu sminuito dall'abiura a cui de' Ricci fu costretto intorno agli anni '90 del Settecento, turb ma non fren coloro che dalle sue mosse avevano imparato che anche i programmi della Chiesa potevano essere messi in discussione e rest come una specie di refrain latente, ma pronto a riaffiorare subito alla mente non appena evocato. Per questo la famiglia di Jacopo, che aveva trovato appropriata questa riforma e non ne faceva mistero, aveva trasmesso ai figli una devozione interessata e rispettosa ma non morbosa. Anche la vita quotidiana, certo quella di una famiglia nobiliare con determinate abitudini da mantenere ed etichette da ossequiare, era improntata all'accogliere notizie e voci nuove che venivano vagliate prima di essere, eventualmente, sostenute ma che non venivano certo scartate a priori. Nella biblioteca di famiglia, inoltre, apparivano testi di autori che, banditi fin dagli inizi dall'attivit pontificia repressiva, erano invece di grande interesse intellettuale: Pietro Abelardo, Dante della Commedia, Giordano Bruno e Spinoza e poi Montesquieu e Voltaire e molto altro erano a disposizione dei giovani di casa, i quali, nel severo ambiente predisposto alla lettura, molto spesso li utilizzavano.
L'arrivo di Napoleone a Pistoia preceduto dall'onda di
giovani dottrine, esplicitate anche attraverso l'ostentazione di splendide uniformi disegnate apposta per dare all'esercito la maggiore rilevanza possibile, per molti mise a braccetto meraviglia e consenso che rimasero inalterati anche se dovettero subire gli splendori e le miserie di tanto uom fatale. Il numero impressionante di fanti, cavalieri, ufficiali, sfilava fiero fra il silenzio incredulo degli spettatori. Era uno spettacolo che entrava prepotente sotto pelle e non se ne poteva uscire indifferenti, era una sfilata pervasa da una luce mistica che infondeva una sorta di venerazione. Era cos che Jacopo ricordava l'incontro con questo fiume disciplinato allorquando, da bambino, aveva assistito col padre a quella sfilata: i soldati erano veri di carne e ossa e marciavano molto meglio di quelli di piombo coi quali giocava lui.
All'ora del t, nei salotti, non si parlava d'altro: Napoleone e Napoleone, l'argomento era soltanto questo e nell'immaginifico mondo di Jacopo fanciullo il futuro Imperatore dei francesi aveva aperto una breccia.
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1851.
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Al Poggetto camini e stufe erano stati accesi secondo quanto richiesto dal signor padrone. L'odore della legna era una piacevole fragranza che rendeva gli ambienti intimi e ospitali, il faggio da bruciare proveniva, gi stagionato, dalle colline del Chianti ed era stoccato in una legnaia coperta posta in una zona riparata del giardino, una zona un po' nascosta ma esposta a sud; comoda a raggiungersi dalla villa, era molto frequentata da fulminei felini che provvedevano con cura a sbarazzarla da vispi roditori.
La villa del Poggetto era stata costruita a met del Seicento da una famiglia fiorentina, sufficientemente facoltosa ma non tanto da poter costruire sui colli intorno alla citt; l'abitazione non era immensa, aveva sobriet e carattere, era ben studiata per dare rilievo alle stanze da ricevere senza trascurare la comodit degli spazi riservati al riposo. Col tempo e con i rifacimenti effettuati era poi stata venduta a un nobile fiorentino che l'aveva lasciata in eredit ai nipoti e dopo qualche passaggio era arrivata ai discendenti, che l'abitavano intorno agli ultimi anni del '700. Luminosa anche per via della posizione, si poteva ammirare da diversi punti della zona pianeggiante e le piante di thuja, che potate con forme geometriche circondavano il giardino a guisa di mura, conferivano all'insieme un tocco di fiabesco. Il giardino, senza essere
di proporzioni enormi, era il suo fiore all'occhiello. Costruito a copia di quelli del tardo rinascimento, riprendeva le forme geometriche degli spazi e la linea centrale, che andava a coincidere con l'ingresso principale del palazzotto, era realizzata con una pavimentazione di ciottoli e pietrischi colorati, a cui facevano ala siepi di bosso sempre perfettamente recise. Una grande fontana con giochi d'acqua di grande effetto si poteva ammirare al centro delle due rampe di scale che portavano al primo piano.
Disseminate qua e l, sempre simmetriche, alcune conche di coccio contenevano piante di limone a mo' di lampi di luce, mentre alcune aiuole triangolari apprestate con piccoli arbusti accoglievano al centro cespi di fiori e, se ben osservate, potevano ricordare a chi ne era a conoscenza simboli dedicati alla cultura massonica.
La parte posteriore della villa era impostata in modo pi semplice e pratico, c'erano gli ingressi secondari destinati alla servit e al disbrigo delle incombenze quotidiane e il verde era costituito dall'erba a tappeto e da alberi dal fusto imponente, anch'essi luogo di frescura. Un alto muro divideva la propriet dalla strada del paese, dove si viveva la vita semplice dei contadini e dei boscaioli e quando Jacopo aveva deciso di prendere in affitto quel luogo, aveva scelto per s proprio la camera che aveva il contatto pi vicino all'esistenza di tutti i giorni.
Il Poggetto era stato per un bel po' disabitato e si vedeva, perch il parco cos ambito accusava i segni di
una trascuratezza che era stata sull'orlo di diventare trasando, ed era stato allora che i padroni avevano deciso di affittarlo. Da quando il loro bambino di tre anni era annegato sotto i loro occhi proprio nella grande fontana, si erano rifiutati di rimanere l. Appena ultimate le esequie del piccolo avevano ordinato ai domestici di coprire tutti i mobili, di distribuire le scorte di cibo ai paesani e, fatti fare i bagagli, erano subito ripartiti per la casa di Firenze, anch'essa, per, sempre troppo vicina al loro dolore. Ancora ottenebrati, ma messi alle strette dalle contingenze avevano, poi, deciso per la locazione della casa perch procurava loro meno impegno rispetto alla prospettiva di una vendita. Gli affitti si erano susseguiti negli anni, dal momento che nessuno degli eredi aveva voluto pi abitare in quelle stanze che portavano con s echi di desolazione e ora era Jacopo che trascorreva l'estate l gi da qualche anno. Aveva deciso per quegli spazi con la prospettiva di utilizzarli nel periodo caldo e non si era ricreduto. Certo, il parco era proprio lontano dai suoi gusti e non ci passeggiava quasi mai, per la scelta di abitare le stanze che davano sulla parte prospiciente la strada, permettendogli di ascoltare tutto il giorno la vita che passava con i suoi rumori, le sue voci, i suoi silenzi, gli garbava assai e non si sentiva sacrificato. Ma quelle rigide forme, quel verde costretto e orientato in sagome ripetitive e stucchevoli proprio no, non le poteva soffrire. Erano ormai superate dalla fluidit, dalla libert, dalla flessibilit che solo la natura crea e che era rispecchiata dai giardini all'inglese: perch imbrigliarla, snaturarla, cambiare la sua vocazione? Questa immagine che rendeva il paesaggio libero da vincoli veniva da un pensiero gi datato, che radicava nelle considerazioni di grandi intellettuali che auspicavano per gli spazi verdi contrasti di luci e ombre, l'eliminazione di confini visivi e i sentieri ombreggiati, ma anche gli alberi secolari, i tempietti con statue, le pergole e l'acqua, l'elemento simbolico per eccellenza, per cui minuscoli laghi, ponticelli, cascatelle facevano capolino imprevisti e ammiccanti. Tutto ci a dare il senso della naturalezza, della vicinanza fra uomo e natura, dell'armonia che aggrega le cose.
Jacopo nei suoi viaggi a Londra aveva visto con i propri occhi gli effetti suggestivi che questi landscape offrivano ai visitatori. Ne era rimasto entusiasta e caparbio come pochi, non aveva fatto passare tempo per realizzarne uno nella sua propriet di Pistoia: un risultato cos piacevole che da tutte le parti erano arrivati elogi e congratulazioni.
Ma non fu solo l'idea estetica che Jacopo abbracci, determinato a portare avanti il pensiero romantico, volle che il suo diventasse anche un giardino di memorie e per questo lo dissemin di manufatti a ricordare le fervide menti che avevano reso l'Italia una Nazione gi da tempi antichi. Qualche busto, iscrizioni, targhe, capitelli a celebrare le generose paterne personalit di cui i figli erano orgogliosi, tanto da volerle far vivere per sempre. Appagato dalla realizzazione di questo programma per il quale non aveva previsto la parola fine, aveva continuato altre pianificazioni e tuttora anche l dal Poggetto non voleva interrompere certi obblighi ormai predisposti, a cui non pensava assolutamente di rinunciare.
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1831.
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Aveva chiamato Anselmo e con un po' di anticipo sui tempi previsti per la partenza, gli aveva raccomandato di preparare la trasferta con la massima cura e di controllare la carrozza centimetro per centimetro affinch non ci fossero imprevisti, aveva sollecitato anche il sarto di Firenze, dal quale si era recato per farsi cucire un nuovo guardaroba primaverile e aspettava con ansia gli abiti che aveva gi provati per farsi preparare il bagaglio. Ci che invece aveva gi con s, pronto per farne omaggio a Gemma, era un fazzoletto di mussola ornato da una esperta ricamatrice fiorentina, a cui si era rivolto scegliendo personalmente il decoro e la forma che erano risultati particolarmente raffinati e di buon gusto. L'impalpabile oggetto era racchiuso in una scatola di velluto blu ricamata con lo stesso motivo floreale e Jacopo non vedeva l'ora di consegnarlo a quella donna alla quale pensava costantemente e alla quale aveva inviato brevi messaggi, mai allusivi ma, certo, velati di impulsi del cuore. Le brevi ma educate e costanti risposte lo avevano incoraggiato.
Quegli anni '30 erano anni molto dinamici per i fini patriottici, dalla caduta di Carlo X al passaggio a Luigi Filippo di Orlans c'era stato un sussulto in terra francese che ben presto era stato vissuto anche in Italia, dove, partito nel 1831 da Modena con a capo Ciro Menotti, aveva coinvolto Bologna, Marche e Umbria e Parma e poi ancora Modena. Intanto anche a Roma la pressione aveva cominciato a farsi sentire, tant' vero che dallo Stato Pontificio era stata richiesta protezione all'Austria. In tutto questo subbuglio, Pistoia si era trovata ad assistere al passaggio dei profughi che trasmigravano dal confine settentrionale in Corsica e in citt la solidariet verso quegli uomini coraggiosi era stata spontanea e concreta, lasciando negli animi dei tanti benefattori l'orgoglio di aver contribuito a una sacrosanta buona azione. Intanto, per, proprio a Pistoia, nell'agosto del 1831 il Buon Governo, stimolato dai perenni sospetti e approfittando di alcuni dissensi verificatesi fra i soci, avrebbe chiuso l'Accademia lasciando in Jacopo e in molti altri aderenti un'amarezza incontenibile e come un sasso gettato in acqua forma quelle onde concentriche che si allargano e sembrano disorientarsi pur mantenendo un punto in comune cos, sembr essere l'atteggiamento di molti di coloro che all'Accademia erano appartenuti. Il punto in comune a cui avevano fatto riferimento era stato rinsaldato in quell'intelletto giovane che a Genova si era ormai modellato ed espresso e che portava il nome di Giuseppe Mazzini, complice anche stavolta il Vieusseux, che era stato un valido mediatore pubblicando nell'Antologia gli scritti dell'emergente genovese. In questo clima rinnovato, all'occhiello di molti fiorirono tricolori che esplosero anche nelle scritte sui muri e, nelle conversazioni
del Caff della Stella e del Caff della Porta Vecchia, ci si lasciava andare a disinvolture mai viste prima, si leggeva il Courrier Franais e si sfoggiavano le "mosche", vezzosi simboli di riconoscimento; come svincolati da pesanti fardelli, i giovani liberali si esprimevano anche attraverso queste estetiche bizzarre.
Nel dilagare mazziniano che gi ferveva agli inizi del '31, Jacopo progettava il suo viaggio a Genova, una doppia opportunit che non voleva certo lasciarsi sfuggire perch, in entrambi i casi, si trattava di amore.
Non era la prima volta che partiva per la citt della Lanterna, sapeva a chi e dove fare riferimento durante le fermate e poteva concentrarsi esclusivamente sulle finalit del viaggio.
In citt avrebbe alloggiato in zona Ripa Maris, in uno degli antichi palazzi trasformati in albergo pi o meno in quegli anni: vista mare, ottime frequentazioni, probabilit di chiacchierare con persone interessanti.
Il fascino legato al Medioevo faceva di Genova una citt misteriosa, cos riteneva Jacopo, e quel periodo continuava a vivere nel porto, condensato di gloriose imprese marinare, tracciato commerciale legato alle Fiandre e all'Oriente, avvio di percorsi in terre lontane e, nei vicoli stretti, intrecci di destini, di incontri sfocati dal tempo, vai e vieni di fantasmi che si manifestavano e si dileguavano da e nei muri dei casamenti decrepiti. Qui l'odore della salsedine faceva da padrone perch aveva pervaso
ogni oggetto, ogni fessura, centimetro per centimetro e pi volte, l, Jacopo aveva provato viziosi piaceri, quelli che non avevano bisogno di parole proprio perch quelle se le rosicava il salmastro insieme al ferro degli squallidi letti ricchi di stracci. 'Sta volta, per, non sarebbe andato in quelle luride catapecchie, voleva asserbare per l'incontro con Gemma una sorta di candore, una purezza ritrovata, mantenuta tutta per lei, come se si trattasse di una prima volta.
I contatti che avrebbe avuto con i canali libertari erano previsti in Darsena del Vino e al Castelletto, luoghi dove ci si poteva incontrare senza destare sospetti, il primo era sempre affollato da commercianti, ma lo frequentano anche privati che volevano rifornire le proprie cantine, cos la promiscuit, il contrattare, il cicaleccio intenso, permettevano approcci che passavano inosservati. Il Castelletto, che era uno dei punti panoramici pi belli, era perfetto per utilizzare un linguaggio gestuale e Jacopo sapeva che avrebbe contattato un barrocciaio che vendeva cesti e piccoli oggetti di legno lungo la passeggiata.
Era qui che la borghesia vogliosa di mostrarsi veniva a camminare, ostentando con disinvoltura le recenti prosperit.
Scesero dalle carrozze signore con tanto di bambinaie in divisa che si agitavano per tener fermi i ragazzini, sfilavano i primi cappellini di paglia ch il sole di marzo era gi in agguato e le dame temevano per il candore della loro pelle, cos aprivano anche i deliziosi ombrellini che manipolavano con gran disinvoltura con leggiadri movimenti delle braccia e delle mani, avvolte nel merletto dei guanti chiusi da un bottoncino.
La nuova societ aveva bisogno dello spazio che il Castelletto sapeva offrire, perch quel magnifico scenario verso l'infinito corrispondeva alla voglia di orizzonti che il nuovo ceto prevedeva nei suoi programmi futuri e l si pavoneggia con modi ricercati, atteggiamenti condiscendenti e contezza di s.
Qualche chiosco che preparava sorbetti colorava la strada e il cielo, qualche panchetto improvvisato permetteva una pi comoda consumazione, tre o quattro cestai avevano esposto le loro merci in terra: Jacopo aveva individuato il venditore a cui doveva rivolgersi e con passo lento, mentre osserva il paesaggio, gli si avvicin e tir fuori alcuni spiccioli da un portamonete verde con cifre bianche e un cornetto rosso attaccato in patte; il cestaio replic passandosi sulla faccia una pezzola rossa sbiadita con una toppa bianca e una sfilacciatura verdastra, qualche domanda sugli oggetti in vendita, qualche apprezzamento sugli stessi, la richiesta del costo di un piccolo presepe di legno, dove il Santo Giuseppe era un chiaro riferimento a Mazzini, innescarono il piano: da pochi giorni, da febbraio, il Santo era in esilio a Ginevra; amareggiato ma non affranto, sembrava che avesse intenzione di recarsi a Marsiglia per incontrare alcuni esuli.
La notizia confermava alcuni recentissimi mormorii, ma ora che c'era la certezza si doveva agire di conseguenza e Jacopo, tramite alcuni canali che avrebbe incontrato alla Darsena del Vino, avrebbe fatto arrivare l'annuncio in quel di Pistoia.
Il cestaio sarebbe restato sul posto ancora per qualche tempo e se ci fossero state novit gli avrebbe inviato una segnalazione presso l'albergo.
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1831.
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Il sorriso di Gemma era luminoso ma non frequente, per questo era ancora pi prezioso. Niente di studiato o di snob, era solo un velo di malinconia che avvolgeva i suoi momenti di letizia senza nuocere per all'armonia innata del suo essere. Pensando a come sapeva giocarsela davanti al pubblico, questa mestizia sembrava impossibile; ma Gemma era figlia d'arte, il piccolo carro itinerante che i genitori conducevano gi prima della sua nascita era stato una culla ricca di impulsi creativi, di idee, di lampi, di incontri con la fantasia e di insegnamenti, da cui aveva imparato che un passo prima di varcare la scena si doveva dimenticare la vita reale per viverne un'altra. Fin da piccolissima era sul palco come figlia di regine o di re, povera orfanella, damigella o lavandaia ed era sempre a proprio agio. Era una bambina serena, lunghe trecce scure, il grembiulino a proteggere il vestito sempre ben ordinato, lo scarponcino lustro, che durante le trasferte di frazione in frazione, di paese in paese, di citt in citt, imprimeva negli occhi i paesaggi, le case, la gente e ne faceva tesoro. Pioggia o sole non facevano differenza, al coperto sotto il tendone o all'aperto, nei momenti di riposo ascoltava volentieri e con attenzione i copioni che gli attori ripetevano o i testi in progetto per le nuove rappresentazioni. I canovacci, retaggio dell'antica commedia dell'arte, erano predisposti dal capocomico che era suo padre, il quale non disdegnava i consigli del gruppo anche se a decidere poi era sempre lui. Raniero esigeva dalla compagnia rispetto, solidariet, impegno tutto da condividere, gioie e dolori come il pane e il companatico e finora l'armonia non era mancata e nemmeno il successo: alla sera le piazze erano sempre piene di spettatori che non facevano mancare il loro gradimento attraverso uova, farina, formaggio, latte, che erano la ricompensa per un paio d'ore di evasione, di sogno, di risate.
Raniero aveva insegnato alla figlia le regole di comportamento e l'aveva istruita negli studi, mentre la madre le aveva insegnato la musica e quando Gemma raccontava la sua vita di bambina, la sua devozione per i genitori e la storia del loro amore giovane e ribelle, nessun velo malinconico le impediva di portare a termine una serenit gioiosa rivelata dagli occhi e dalla bocca e Jacopo, che ora era seduto di fronte a lei, ascoltava questi racconti come si ascoltava una favola, il volto via via si faceva curioso, accigliato, stupito, lieto, alcuni brevi commenti a rafforzare certi passaggi lo coinvolgevano in questa narrazione che sembrava uscita dalla penna dei fratelli Grimm.
In piazza del Campetto, dove la coppia, nell'accogliente pasticceria che offre varie specialit, stava conversando, un'alzatina di cristallo posta sul tavolo conteneva dei ghiotti pasticcini e di lato, sopra due piattini d'argento, posavano un bicchiere di anice e un'acqua di rose. Era
un locale che Jacopo non aveva scelto a caso, l'avevano fondato da pochi anni degli svizzeri proprio per fatalit, perch arrivati a Genova per imbarcarsi per l'America, un imprevisto li aveva fermati in citt, dove avevano deciso di stabilirsi a lavorare convinti della bont delle loro ricette e delle loro opinioni. Collegati costantemente con diverse persone che vivevano ancora in Svizzera, avevano notizie attuali e attendibili sulle mosse dei proscritti e sui loro sostenitori.
Gemma era arrivata quasi puntuale: la camicia di seta color smeraldo si affacciava sul corsetto dell'abito di velluto leggero color blu notte, il cappellino appuntato sui lucidi capelli era ornato da piume rosa, una borsetta anch'essa di velluto blu le pendeva dal polso. L'andatura sicura, serena in volto, aveva offerto la mano guantata a Jacopo che l'aveva accolta con un inchino per darle il benvenuto, per poi spostare la sedia e farla accomodare.
Le convenzioni d'uso lasciarono subito largo a una conversazione pi confidenziale, complici quegli occhi scuri che in breve avvertirono la complicit di quegli altri occhi chiari e con enfasi quasi ragazzina, ora, Gemma stava parlando di s e dei suoi fantastici anni vagabondi.
La storia di famiglia era veramente accattivante perch Raniero, figlio cadetto di un aristocratico della terra di Frosinone era, secondo la prassi del tempo, inevitabilmente destinato a prendere gli ordini clericali, ma il suo spirito libero, che faceva a pugni con questa consuetudine, si ribellava come poteva. Doveva soccombere all'intransigenza del padre e dei rigidi costumi del tempo e, senza vie d'uscita, poteva solo obbedire. La vita in collegio fu da subito sgradevole, meditare la fuga era ci che lo faceva resistere e cos, alla prima occasione, in un momento di ritrovo all'aperto, fuori dallo sguardo dei sorveglianti, si fece in disparte e appena calate le ombre della sera fugg, complice un barrocciaio. Nascosto in un carretto di fieno, fu lasciato nella campagna del frusinate e dopo molte peripezie, nascondendosi di giorno e camminando di notte, riusc a rifugiarsi presso la sola persona che sapeva essere dalla sua parte, un prozio per via materna che viveva a Gaeta e che lo accolse nascondendolo presso di s. Ed  l che i primi battiti di quel cuore giovane incontrarono i primi battiti di un altro cuore giovane e fu da questa tenera intesa, svergognata per la societ, che nacque Gemma. Di nuovo in fuga per allontanarsi dallo scandalo, traghettati nottetempo da una barca sovvenzionata dal prozio, i due giovani, senza alcun rimpianto riuscirono a far perdere le loro tracce e sempre grazie al contributo del loro benefattore, una volta a terra, decisero di inventarsi una nuova vita e un loro mondo fuori dagli schemi sclerotici e ottusi che la comunit osservava con zelo.
In questo universo fatato l'adolescente Gemma scopr di amare il canto e di essere dotata di una voce bella e rara, cosicch con grande sacrificio e caparbiet si applic agli studi vocali e a quelli musicali, accompagnata nell'apprendimento da una ex cantante lirica ormai da anni affiliata al piccolo gruppo girovago. In alcune citt, inoltre, fu in contatto con maestri che a ogni passaggio le diedero lezioni e le consentirono di diventare la brava cantante che era.
Pure Jacopo raccont qualcosa di s, anche se il suo racconto era molto meno avvincente e lui era cos compreso a fissarla, a imbeversi tutto di lei, che non fu capace di concentrarsi e anche se avrebbe voluto parlare e parlare le parole si confondevano, gli sfuggivano e si appannavano, proprio com'era appannato il bicchiere di anice che lentamente sorseggiava.
La carrozza stava aspettando a pochi passi dall'ingresso del locale, Gemma e Jacopo salirono sorridenti; la prima fermata era presso l'albergo di lei, poi, al Du soleil, scese Jacopo che alloggiava l.
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La psiche posta sulla toletta rifletteva l'immagine di un rito serale compiuto da sempre; era l'immagine di Gemma che spazzolava i lunghi capelli fluenti che scendevano sulla vestaglia di seta color carne che indossava. Si era gi tolta la collana che alternava minuscoli granati e perle e l'aveva lasciata cadere in una conchiglia di porcellana - che a Genova, soprattutto sul lungomare, era quasi d'obbligo posizionare nella camera di una signora - poi, terminata la lisciatura delle chiome che effettu con paziente lentezza, and a compiere un altro cerimoniale per lei indispensabile. Era un'abitudine che aveva fin da quando aveva imparato a scrivere e della quale non poteva fare a meno: annotava ogni sera gli accadimenti del giorno o, almeno, ci che pi l'aveva emozionata nel bene o nel male. Nel libretto di marocchino rosso che conservava con attenzione custodiva per anche i suoi pensieri, le sue ansie, le note relative al suo lavoro, la memoria dei doni che spesso riceveva dai molti ammiratori che l'andavano ad ascoltare e che, oltre alla voce, ammiravano di lei quelle forme che ora Gemma aveva liberato dalla vestaglia per lasciarle avvolte nell'aderente camicia da notte, anch'essa di seta color carne. L'ultimo gesto prima di coricarsi era rivolto alle mani, sulle quali passava un velo di crema: ora era pronta per i sogni, se ce ne fossero stati.
Sulla pagina del diario aveva scritto del simpatico incontro che aveva avuto nel pomeriggio con il nobiluomo toscano, appuntamento che si sarebbe ripetuto il giorno seguente perch poi, con l'inizio delle prove a teatro, avrebbe avuto meno tempo da dedicare allo svago.
A Genova il cielo dell'indomani mattina era un regalo del creato, era color pervinca, un celeste violetto vagamente grigio che come una coltre avvolgeva la citt dai monti al mare e Jacopo dopo la colazione si era seduto sul terrazzo della sua camera e lo stava osservando, lasciandosi andare a un momento di abbandono. Nessun pensiero lo sfiorava: era appagato da quel colore e dall'odore salso che una tenue brezza accompagnava fino a lui. Da l poteva intravedere l'albergo di Gemma e immaginarla mentre stava facendo colazione, pi tardi avrebbe fatto una camminata fino alla Darsena del Vino per captare eventuali novit poi, finalmente, nel primo pomeriggio sarebbe passato a prendere Gemma per passeggiare con lei e quello era l'incontro a cui teneva di pi.
La Darsena del Vino che era situata nel bacino a est brulicava di gente e di voci, dialetti non solo genovesi tinteggiavano un ambiente che gi di per s si prestava al folklore; giacche e cappotti unti e bisunti strappati, camicie cenciose e lerce, pantaloni larghi e rattoppati erano l'abbigliamento degli scaricatori e dei facchini che pullulavano fra le grandi botti che venivano spostate con fatica; il vino arrivava dalla Sicilia, dalla Toscana, dalle Marche, dalla Spagna e veniva esportato nelle Americhe, i clienti italiani, per praticit nel trasporto, acquistavano le botti pi piccole che a loro volta, in cantina, sarebbero state trasferite in fusti pi adatti. Tutto l'agitarsi di mani, di braccia, di monosillabi rendeva palpabile la freneticit del commercio e camuffava bene quegli incontri che con il vino non avevano niente a che fare. In questo bailamme Jacopo aveva individuato il suo referente, che gli aveva fatto un cenno di no con la testa.
La passeggiata del Castelletto era come sempre affollata, Gemma camminava alla destra del suo cavaliere e anche lei conveniva della bont del panorama che era arricchito dalla presenza dei banchetti che esponevano le goloserie locali, la farinata, la panssa, la focaccia, i biscotti che incartati nella keppi diventavano un fagottino prezioso da portare a casa. Ma oggi, in pi, c'era una bancarella speciale e ambita soprattutto da signore e bambine, oggi c'era la Caterina Campodonico che esponeva le sue collane di nocciole e i canestrelli che preparava lei stessa e che erano conosciuti anche nei paraggi; perfino da Nervi percorrevano mulattiere per comprare le collane della Cattainin dae reste e da Pegli e da Acquasanta le nocciole che arrivavano dall'astigiano e che, grosse come quelle non ce n'erano altre, erano un lusso che qualche volta ci si poteva permettere di comprare. La Caterina non aveva nemmeno pi bisogno di attirare la clientela con la voce e con le battute che per farsi conoscere i primi tempi utilizzava come richiamo; a fianco del banco, i capelli che si raccoglievano in due bande a formare una crocchia, il grembiale sempre stirato, aveva quasi l'aspetto di una statua che dispensava ai clienti pochi gesti e sempre quelli e le sue collane, che erano diventate quasi un portafortuna, si vendevano da sole.
L'aroma di limone proveniva dai canestrelli disposti a file di cinque, come tanti occhi che erano l a guardare ammiccanti. Jacopo omaggi Gemma di una collana e di alcuni biscotti, poi ripresero la loro passeggiata continuando a discorrere.
Scoprire di avere inclinazioni in comune era sempre un'imprevedibile soddisfazione, tutto era pi facile, ci si lasciava andare a confidenze, si apriva il proprio cuore a racconti che sembravano mai essersi interrotti, era come riprendere un'intesa che esisteva gi e proveniva chiss da dove e chiss da quando. Era dallo scoprire il te che era nell'altro e l'altro che era in te che derivava una complicit che lasciava un segno profondo ed era proprio ci che ora stava succedendo a loro due che, a pochi passi dal mare, vicini quasi a sfiorarsi con il braccio, parlavano fitto e respiravano profondo questo guizzo di tempo.
Gemma avrebbe cenato con gli impresari nel ristorante del suo albergo, sarebbe stata una cena frugale perch gi da quando si iniziavano le prove il regime alimentare doveva seguire regole controllate, gli orari non dovevano sgarrare e non si doveva rischiare di prendere freddo perch la voce poteva subirne le conseguenze, ma stasera lasciare quel tramonto e quel languido senso di distensione che portava con s, stasera era una grande fatica.
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1831.
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Il melodramma giocoso che Rossini aveva scritto una quindicina di anni prima e che all'inizio non aveva riscosso grandi consensi era, pian piano, entrato nell'orecchio degli ascoltatori ed era stato gradito. Il fatto che la prima interprete della Cenerentola fosse stata la Righetti Giorgi costituiva, per, un inevitabile confronto per qualunque contralto si accingesse a interpretare quel ruolo. Era cos anche per Gemma che, quando la prima volta aveva letto la partitura, aveva pensato di dare al personaggio una lettura tutta sua rendendogli nuova freschezza.
Jacopo aveva assistito solo alla prova generale, quando fu stabilita la scenografia e si indossarono gli abiti di scena: in fondo alla sala, un po' in disparte per non farsi troppo notare, era emozionato.
Il Carlo Felice con le sue imponenti colonne accoglieva nel pronao gentiluomini che si erano dati appuntamento l prima della rappresentazione per scambiare due chiacchiere, anche qualche signora si sofferm, ma solo per pochi attimi per poi entrare e dirigersi nel foyer. Jacopo riconobbe qualche volto che aveva visto in giro durante le sue passeggiate, ma non si trattenne e and subito a prendere posto nel palco di proscenio che non aveva voluto dividere con nessuno prenotandolo tutto per s.
Concentrato solo su Gemma, aspettava ansioso l'ingresso del direttore d'orchestra: il suono pigro e corposo del fagotto ed era subito atmosfera.
Le qualit di Gemma erano scontate e il tripudio finale e le richieste di bis venivano salutate dal gesto della rosa che anzich essere bianca era color t, ma non guast il garbo e l'amabilit della movenza.
Il camerino era un incanto di fiori che erano anche fuori della porta perch all'interno non c'era pi spazio, ma il grande cesto di narcisi gialli e biancospini con i lunghi rami della forsizia che aveva ricevuto da Jacopo era l presso di lei, accanto alla specchiera del trucco. Fuori della porta qualche ammiratore sperava di essere ammesso a salutarla, a esprimerle il proprio consenso, ma venne allontanato con la scusa che la cantante era stanca, ringraziava tutti ma ora doveva riposare. Jacopo, invece, era gi con lei, era entrato, non visto, da una porticina riservata e la stava riempiendo di elogi: il fazzoletto ricamato a Firenze era stato molto apprezzato.
Pi brevi le loro passeggiate, ma sempre pi intima la loro intesa; ora che questo spicchio di tempo stava per finire, la malinconia nei loro sguardi si intuiva sempre di pi. Era il momento dei bagagli ma non degli addii, si sarebbero rivisti, i propositi erano gi stati pianificati, ognuno dei due conosceva gli impegni dell'altro. Un abbraccio confermava i progetti futuri, un mazzolino di violette sarebbe stato un delicato compagno di viaggio.
A questo punto anche Jacopo non vedeva l'ora di ripartire, Anselmo aveva appena finito di caricare i bagagli, si poteva andare, i cavalli si mossero; intanto, in una insenatura di ciottoli gi al mare avevano appena trovato il cadavere di un uomo tutto nudo con il volto irriconoscibile; si pensava a un suicidio, un cencio scolorito bianco e rosso sfilacciato di verde e fradicio era rimasto impigliato l, sotto un gozzo.
Tuoni e lampi aspettavano il ritorno di Jacopo a Pistoia, lui, gi crucciato a causa del distacco da Gemma, appena arrivato in casa si fece preparare un vin brul con doppia quantit di chiodi di garofano, poi, ritiratosi in camera sua, si coric con assoluto malumore.
Anche a Pistoia, presente o non presente Mazzini, gli obiettivi da esso appena espressi nella Giovine Italia si erano fatti largo, ostentati addirittura alla luce del sole, anche attraverso gli atteggiamenti spavaldi esibiti dai molti simpatizzanti del modello repubblicano. Bench guardinghi e attenti a non sollevare sospetti, i sorvegliati erano pedinati dagli sgherri, i quali cercavano di fare del loro meglio seguendo strategie, pur talvolta riconoscibili e quindi evitabili. Purtroppo, per, i nomi e cognomi degli aderenti e il loro grado di rilevanza, erano stati ricostruiti diligentemente dal Fabroni, rappresentante del bargello, il quale insisteva per un intervento drastico che fosse da esempio e suscitasse preoccupazioni. Secondo la lista che aveva stilato, erano quattro i maggiori referenti
in zona: un professore di storia e filosofia al Forteguerri, un legale e due giovani nobili. C'erano, inoltre, altri esponenti delle professioni emergenti e addirittura dei possidenti fondiari e qualche prete, senza contare professori e studenti pisani e, a Livorno, dove il porto ben si prestava all'importazione ed esportazione di notizie, il sempre sospettato Guerrazzi, amico fraterno di Jacopo, la cui Battaglia di Benvento, stampata nel '27, era stata subito apprezzata ma anche segnalata in odore sovversivo.
Cos lontani per nascita ed educazione, la stima fra i due era per elevatissima e, anche se il Guerrazzi, carattere non propriamente pregevole, avesse modi impulsivi spesso sgradevoli che richiedevano tanta pazienza da parte di chi gli si rapportava, i due avevano cementato una fratellanza che non era mai cessata e che forse si era rafforzata attraverso le condivise amicizie con Lord Byron, alla cui morte il livornese aveva dedicato le ottave delle Stanze alla memoria e con Giovan Pietro Vieusseux. Lo scrittore aveva subito un esilio di sei mesi a Montepulciano e l la visita di Giuseppe Mazzini l'aveva rinvigorito nei suoi convincimenti. Mazzini e Carlo Bini, altro livornese che aveva abbracciato il credo, erano arrivati a Montepulciano non senza difficolt, sempre celando le proprie identit, viaggiando all'alba e al crepuscolo con un calesse trainato da un somaro. Presso il Guerrazzi, affaticati e malconci, in tempo per mangiare un piatto di pasta fatta in casa e du' cantuccini zuppati nel Vin Santo che in Val di Chiana non poteva mancare, si erano subito sentiti a loro agio per via dell'accoglienza calorosa dell'ospite, che si era dimostrato grato e compiaciuto per tanta considerazione. Affrontati i temi difficili di un progetto che, scardinando gli ordini reazionari, avrebbe dovuto portare la penisola a essere indipendente, unita e repubblicana, attraverso azioni audaci e violente, dopo un'attenta valutazione dei rischi e dei risultati, avevano deciso di definire alcune fondamentali questioni l'indomani.
Cercare sostegno economico, preparare opuscoli e diffonderli, reperire armi, nasconderle, utilizzare tattiche e piani insospettabili e facilmente attuabili, erano problemi enormi, eppure era tanto grande la voglia di cambiamento che qualunque ostacolo pareva potesse essere superato attraverso la ferrea volont e l'incessante impegno. C'era, poi, un'altra grave preoccupazione a cui non era facile tener testa ed era l'infiltrazione di spie all'interno del sistema, giacch gli infiltrati sapevano bene come muoversi anche nelle strutture bene organizzate. Il Mazzini aveva individuato negli esiliati politici i possibili promotori dell'apostolato e infatti molti di loro, sotto mentite spoglie, erano tornati in Italia e si erano dati un gran da fare a divulgare la causa, coinvolgendo borghesi e nobili liberali ma anche artigiani e operai; nella campagna, invece, il terreno non era stato fertile e il reclutamento non aveva avuto seguito.
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1832.
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Il piacere di Gemma era morbido come la sua voce, profondo e insinuante come il mare negli anfratti. Era ferma di fronte al camino e Jacopo aveva premuto le labbra sul suo collo e, mentre un brivido aveva percorso quella schiena bianca, aveva introdotto la punta delle dita nel decolt e lentamente, godendo di un'ineffabile volutt, aveva sentito le tiepide carni abbandonarsi alle sue carezze sempre pi indiscrete, i volti a sfiorarsi, un lungo bacio a colmare una fame celata a fatica, intanto che le mani si facevano largo fra bottoni, pieghe e jabot. Una poltrona accoglieva le loro prime nudit, poi, il grande tappeto sarebbe stato testimone del loro primo amplesso, desiderato con grande brama ma degustato, assaporato, centellinato, fino ad essere tracannato in un brindisi ingordo e dissetante. Sussurrare parole in un abbraccio, lo scialle di Gemma a scoprire un seno e il pube, cos vollero che passasse il loro tempo dopo l'amore mentre un'incommensurabile completezza aveva pervaso il loro corpo e il loro spirito.
Nel palazzo di Jacopo, Gemma era stata preceduta dalla sua fama di artista; Donna Eugenia, che abitava in un'ala un po' distante rispetto alle stanze del figlio e che qualche volta lo incontrava durante il pranzo, ma non per abitudine consolidata - perch ormai pranzavano a orari differenti - e per cena, preferiva ritirarsi in camera propria, dove consumava di solito un sobrio spuntino fatto di verdure passate e frutta cotta. In uno di questi incroci a desinare, apprendendo la notizia di questo arrivo, si era meravigliata non poco, dal momento che fino ad allora Jacopo aveva portato in casa, quasi di nascosto e solo per poche ore, le donne di capriccio; aveva provato a fargli qualche furba domanda per indagare, ma lui altrettanto furbamente aveva scantonato sugli approfondimenti, illuminandosi per di una luce che la madre aveva subito notato e di cui si era stupita. Aveva, da quel momento, cercato anche attraverso i bisbigli dei domestici di farsi un'idea pi precisa ma non ci era riuscita, solo quando Gemma le fu presentata in occasione del pranzo a cui partecipavano anche altri nomi vicini alla realt del figlio cap che questa volta poteva davvero trattarsi di un fuoco.
La porta si era aperta col solito cigolio e Gemma era entrata disinvolta dirigendosi subito verso Donna Eugenia che, al mezzo inchino aveva risposto con un "Benvenuta". Gli invitati, fra i quali c'era anche Giuseppe Bezzuoli a cui Jacopo aveva commissionato un ritratto che per ora non era stato eseguito, disposti nel salotto quasi a semicerchio e vestiti con eleganza come si addiceva a un pranzo formale, trattennero a malapena la loro meraviglia e si prodigarono in ossequi non simulati. Qualche iniziale imbarazzo, poi all'annuncio che il pranzo era pronto si aprirono le porte del salone e l'impatto del lungo tavolo rettangolare apparecchiato con grande cura ed esibizione di porcellane di Herend, argenti e cristalli di Murano, fu un ricercato invito a sedersi, un trionfo di fiori senza profumo faceva da centrotavola e armonizzava l'effetto prezioso dell'insieme. A capo tavola, Donna Eugenia alla sua destra aveva il Bezzuoli, dalla parte opposta, alla destra di Jacopo, sedeva Gemma.
Scegliere il men non era stato semplicissimo, come del resto succedeva ogni volta che madre e figlio si dovevano dedicare a questo compito; pi propenso alle novit lui, lei pi attaccata alla tradizione, alla fine l'accomodamento si trovava sempre, magari assegnando la scelta dei vini e il dolce a Jacopo e il pranzo vero e proprio alla nobildonna, la quale per questa circostanza aveva scelto gli immancabili crostini toscani, illuminati da una fetta di arancio e serviti con un canestrino di lardo di Colonnata e, dal momento che per il secondo piatto aveva optato per la spalla d'agnello ripiena accompagnata dagli spinaci freschi dell'orto di casa, aveva voluto un primo leggero scegliendo una crema di zucca. A questo punto era intervenuto Jacopo, che per accompagnare le pietanze aveva pensato a un Morellino di Scansano e, dopo il semplice dessert di crema di gelato, avrebbe fatto servire un Passito dolce di Ansonica, ambrato e rotondo: niente di sofisticato, preferiva avvalersi di vini italiani e, se erano toscani, ancora meglio.
Nei giorni precedenti, in cucina, c'era stato un insolito
fermento con raccomandazioni alla cuoca pi pressanti del solito: gli agnelli, le carni per la farcitura, le spezie, i fegati di pollo, erano diventati oggetto di scrupolosissima indagine. Alle raccomandazioni del padrone di casa, replicavano le rassicurazioni del personale di cucina, alcun timore, tutto sarebbe stato scelto e cucinato con la massima cura, infatti coltelli, tritacarne, batti carne, mortai, macinini da pepe, schiumarole, mestoli e ramaioli erano sparsi sul tavolone di marmo, pronti a essere usati dalle abili mani delle cuoche che disossavano, mescolavano, ungevano le diverse preparazioni con chirurgica abilit e infatti la bont dei piatti era stata esaltata durante tutto il pranzo dai commensali che, alla contenuta iniziale conversazione, avevano ben presto sostituito un clima pi vicino all'amichevolezza, cosicch il dialogo e il cibo avevano confermato il vecchio detto "che a tavola non si invecchia".
Dopo il caff servito in salotto, Donna Eugenia si era accomiatata per andare a riposarsi e anche Gemma aveva lasciato gli uomini alle loro conversazioni e si era avviata verso gli ambienti che le erano stati riservati.
Rimasti da soli, gli uomini avevano subito iniziato a parlare della causa convenendo che sarebbe stato necessario indire un incontro per una raccolta di fondi da destinare all'attivit mazziniana, che ora pi che mai aveva bisogno di sostegno e, come al solito, il problema da affrontare non era il denaro, ch i sodali erano sempre generosi, quanto il modo di raccoglierli per poi farli giungere fuori dall'Italia. Fu dato all'amico Bertini l'incarico di organizzare una vendita di stoffe e lui, dopo una breve indagine, avrebbe riferito sulle possibilit concrete per realizzarla senza destar sospetti.
Jacopo aveva seguito questa fase con la medesima attenzione di sempre e aveva messo a disposizione la propria casa nel caso di bisogno, ma l'inquietudine che gli rimuginava nei visceri gli trasmetteva una certa fretta di concludere la conversazione per concentrarsi finalmente su Gemma della quale aveva un costante desiderio.
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1832.
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Pochi giorni quelli in cui Gemma pot trattenersi a Pistoia, giusto una breve parentesi fra un impegno canoro e l'altro, ma furono giorni riempiti dalla scoperta della citt e dalle passeggiate nel giardino di Jacopo, alla ricerca di luoghi appartati dove amarsi, era divenuto ci che di pi naturale potesse accadere e proprio in questa naturalezza, cercarsi e prendersi era ormai un rituale costante.
Donna Eugenia, che era rimasta colpita dai modi misurati e affabili della cantante, aveva pensato di avvicinarsi al mondo della lirica per essere preparata a eventuali future conversazioni e, pertanto, si era fatta arrivare materiali al riguardo, la Gazzetta di Venezia, per esempio, insieme a altre riviste e vari opuscoli che riguardavano notizie musicali in generale, inoltre aveva intensificato gli inviti al notaio di famiglia, che da sempre era un appassionato sostenitore di tutto ci che aveva a che fare col pentagramma; questo imprevisto contagio musicale aveva portato un tocco di novit e di freschezza in quella casa che, talvolta, tendeva a diventare un po' troppo severa.
Prima di partire per Treviso, dove era prevista una rappresentazione al Teatro Dolfin, Gemma, di rientro da Pistoia, si era prima diretta a Faenza, dove vivevano i genitori da quando si erano ritirati dalle scene. Come
faceva sempre quando era in quella zona, si era recata in visita al Monastero della SS. Trinit per fare una donazione secondo una promessa fatta anni prima. Le monache l'accoglievano ogni volta con gran riguardo e, curiose di ricevere i piccoli doni che Gemma ogni volta portava con s, si muovevano attorno a lei come tante api che accudivano la loro regina. La clausura le rendeva avide di parole e di gesti e questa signora, che tanto aveva da raccontare, le incantava ogni volta che veniva a trovarle.
Gemma intanto, nella severit del monastero l a Castel Bolognese, riusc a trovare quella quiete interiore che era sempre e comunque un buon aiuto; si raccoglieva in chiesa davanti alla Madonna del Rosario, che con l'azzurro del mantello richiamava immediatamente l'attenzione di chi la osservava, mentre porgeva il simbolo della preghiera a San Domenico nel tempo che il Bambino festoso allungava le braccia e si sporgeva verso Santa Caterina e in questa riposante contemplazione del quadro -la stella sul capo del santo, il cane con la fiaccola in bocca a rappresentare i Canes Dominicus, i Domini Canes fedeli al loro padrone che con il lume della verit rischiaravano il mondo, il libro della Dottrina e i gigli simboli di purezza, che cingevano anche il capo della Santa da Siena - ritrovava vitalit. Le donazioni al monastero permettevano alle monache di incontrarsi con lei per provvederla delle conserve che preparavano nei momenti lontani dalla preghiera e per ricordarle che l'avrebbero rammentata
nelle loro preci e nei loro canti; era questo il clima della gita, una ritrovata schiettezza che avrebbe accompagnato Gemma anche al rientro a Faenza. Qui nella citt ai piedi dell'Appennino era di casa, si muoveva volentieri fra i palazzi e le piazze medievali e fra il verde dei parchi, visitava quando poteva la Pinacoteca ricca di decorazioni su maiolica, cos leggiadre all'occhio femminile, fiori e piccoli uccelli, bamb e ciliegi a evocare l'Oriente, ma amava soprattutto entrare in Biblioteca nell'ex-convento dei Servi di Maria, dove trovava opere ricche di interesse: l era un po' come essere in un tempio, il silenzio, la concentrazione, il tatto dei libri, la vecchia carta, suscitavano inaspettate emozioni, evocavano misteri celati fra le parole, le righe, le pagine: il sacro e il profano si alternavano fra le lunghe scaffalature.
Anche l in Romagna si continuavano a vivere speranze libertarie. L'incombenza dello Stato Pontificio era pi che soffocante, tant' vero che lo stesso Impero austriaco avrebbe suggerito al Papa di allentare un po' la presa, introducendo qualche riforma che per non persuadeva e lasciava la bocca amara a molti che saranno poi i protagonisti dei moti del '31. Traditi dal duca Francesco IV al quale evidentemente tutte le onorificenze attribuitegli, tra cui l'ordine del Toson d'Oro, non avevano conferito benefici moralmente distinguibili, i libertari, sconfitti ma non arresi, avrebbero continuato a esprimere sommessamente il loro ardore con l'adesione alle dottrine del solito Mazzini.
Si percepiva una dissimulata calma che racchiudeva umori frustrati, malcontenti repressi, voglie calpestate, che continuava a bollire in un pentolone sopra un fuoco che non si spengeva mai e aspettava solo che qualcuno lo scoperchiasse. Sembrava che in ogni angolo si materializzassero figure segrete che svicolando andassero a raggiungere chiss quale misterioso convegno.
Intanto per Gemma era arrivato il momento di partire per Treviso, mentre per Jacopo, che non poteva raggiungerla, incominciavano le dolenti note.
Inquieto, irascibile, taciturno, passava molto del suo tempo al tavolo, dove prendeva nota, controllava fatture, scriveva e leggeva biglietti; per la prima volta attivarsi per la causa gli cagionava un po' di svogliatezza. Anche le passeggiate a cavallo non lo appagavano, controllare i poderi lo annoiava, parlare con i contadini gli pareva faticoso, per cui si limitava ad ascoltare lamentele o richieste e ad accertarsi che non ci fossero problemi di salute per i quali, nel caso, avrebbe fatto intervenire il fattore. Perfino le belle escursioni fra i boschi e i laghetti abitati da prede da cacciare non lo entusiasmavano; congelato nell'inerzia, aspettava per sciogliersi il rientro di lei.
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1832.
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Mio caro Jacopo, premuroso e amabile ospite, da Treviso scrivo con gioia queste righe che, alla fine di una giornata grigia e piovosa, mi aprono il cuore al ricordo del sole toscano e alle giornate tiepide trascorse presso di Voi.
Stamattina incontrai il direttore d'orchestra, il quale sembr subito avere le idee molto chiare sulla rappresentazione e volle parlarne con me. Ritiene, egli, che l'Orfeo ed Euridice debba assolutamente riproporre lo statuto che Gluck volle darle al momento della rivisitazione per le recite parigine, cos da infondere pi drammaticit all'azione. Il mio rond dovr, dunque, esprimere tutto lo strazio di una colpevole perdita senza cadere nel lacrimevole; un equilibrio di note sulle quali dovr lavorare molto per non sprofondare nelle trappole che spesso il mio mestiere nasconde.
Fui contenta di come mi accolsero a teatro, riverenti con affetto mi fecero sentire subito a casa, offrendomi un dolce tipico che mi sembra chiamino zonclada, che  farcito con ogni ben di Dio ma che assaggiai soltanto e per questo mi dolgo assai; mi accompagnarono poi a controllare il camerino che volevano fosse assolutamente di mio gusto. I camerini, non essendo mai come si vorrebbero, debbono essere accettati per come sono e far buon viso a cattiva sorte... oltretutto, non essendo fra i peggiori che ho conosciuto, mi mostrai grata e soddisfatta. Mi accomiatai con buona sensazione, salutando affabilmente tutti i presenti, poi la pioggia che non dette tregua mi colm di malumore.
Ora eccomi qua e, come sapete, lo scrivere  l'ultima cosa che faccio prima di coricarmi, domani comincer a leggere attentamente la partitura e nel pomeriggio, di nuovo a teatro.
Pensatemi, vi abbraccio,
Vostra Gemma
Il volto di Jacopo era meno teso, lo scritto aveva risvegliato momenti di tenerezza e si era ammorbidito, il cuore aveva ricaricato l'animo e le visioni si erano fatte pi serene, tant' vero che ripens al progetto di acquistare un cavallo e di occupare il tempo che lo separava dal rientro di Gemma proprio in questa attivit. Il distacco dalle persone care, se non scelto da lui, gli procurava sempre un effetto insopportabile, un vuoto affettivo, una mancanza che provava a combattere attraverso il cibo. Biscotti e frittelle che Lucia, la cuoca, gli mandava belle calde direttamente dalla cucina; quelle palline poco pi grandi di una noce erano come le ciliegie, una tirava l'altra, un effetto placebo, un inganno ingordo di cui Jacopo era consapevole e dal quale non si sottraeva.
Intanto le nuove che arrivano dal Bertini propendevano per dare il via libera all'inizio della raccolta fondi pr esuli. Venne deciso di tenerla al pi presto a casa del medesimo, approfittando del fatto che la moglie e i figli avrebbero trascorso un po' di tempo presso la casa dei nonni a Livorno. Per fare uscire il danaro si sarebbe usato un corriere che aveva gi dato prova della propria onest e abnegazione e che era lo stesso venditore di stoffe, il quale avrebbe riattraversato il confine con il riscosso senza far sorgere dubbi. Ma proprio poco prima del confine successe qualcosa, ma non ci si rese conto di cosa: spar il corriere, introvabile la carrozza, volatilizzati i denari raccolti, un'ombra cupa scese a demoralizzare il gruppo che apprendeva dell'accaduto quando da Marsiglia si erano preoccupati per la mancata consegna. Nulla era chiaro, si sapeva soltanto che l'incaricato era stato visto a Ventimiglia, fermo davanti a una locanda dove presumibilmente aveva alloggiato. Tornavano le inquietudini, le incertezze, i dubbi, si facevano congetture, ma soprattutto si cercava di restare momentaneamente inerti per non destare sospetti, ch in questi casi passi falsi non erano permessi.
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1832.
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L'acquisto di un cavallo richiedeva tempo e denaro e Jacopo non difettava n dell'uno, n dell'altro, era invece piuttosto incerto sulla razza da scegliere; non che gli mancassero i pareri, fra i benestanti quello dei cavalli era un argomento sempre molto ragionato, anche per via delle corse molto frequentate da signore e signori, occasione di sfoggio di abiti e ricchezza e dilapidazione di patrimoni, se ne ragionava anche al caff, nei circoli l'amico Possenti gliene decantava le qualit e la bellezza.
Risoluto a portare avanti questa operazione sentiva per un freno nel concluderla e sapeva che ci era dovuto alla mancanza di condivisione: se ci fosse stata Gemma la determinazione sarebbe stata maggiore.
Ma lei era ancora a Treviso centro, che conosceva bene e che le piaceva. Amava le mura, i canali e le torri che sull'acqua, come vette, contemplavano e riflettevano i passaggi della vita. Le relazioni, le amicizie che aveva l gi dalle prime volte in cui aveva fatto concerti, la facevano sentire sicura, protetta e anche coccolata. L'amica pi cara, la contessa Anna Marcolin, la voleva sempre con s durante le riuscite occasioni d'incontri salottieri di cui era protagonista, ma approfittava della sua presenza anche per chiederle consigli durante le lunghe esplorazioni in cerca di cappellini, ninnoli e corsetti. Un vero turbillon quando le due dame decidevano di visitare negozi; tutto un discorrere fitto, un entra ed esci, un confronto lieto di superficiali e irrimandabili questioni come la sfumatura di un colore, un'asola troppo piccola, una piega di un millimetro in pi: e fiocchi, pacchetti e pacchettini, buste e cappelliere, oggetti di desideri appagati e tracce di s.
La contessa Marcolin era vedova di un anziano esponente della nobilt veneta di cui non si erano mai capiti bene i gusti politici, o meglio, che fosse stato antinapoleonico si era subito ben compreso, perch nel '97 aveva fatto chiudere porte e finestre del suo palazzo per evitare acquartieramenti di ufficiali francesi ed era partito per una bella vacanza terminata soltanto dopo Campoformio, quando il Veneto era stato ceduto all'Austria. Poi era sembrato assuefarsi senza traumi alla politica imposta da Vienna, frequentando anche noti simpatizzanti del governo d'oltralpe, eppure da pi parti si vociferavano simpatie per l'esoterismo e la massoneria, il che aveva sempre lasciato un'ala di mistero sulla sua persona senza mai, peraltro, comprometterlo.
Alto e robusto, colto e galante, pur pi grande di et, col suo charme aveva subito conquistato la giovane Anna che con il sollecito consenso della famiglia in pochi mesi era diventata la contessa Marcolin. Il sontuoso matrimonio si era celebrato nella cappella del palazzo estivo del conte, nei pressi di Conegliano, fra un trionfo di fiori e
un mare di gente; scollatura a barchetta, maniche a palloncino, vita alta sotto il seno, l'abito di merletto bianco con minuscoli ricami dorati che vestiva quell'aggraziata figura ai piedi dell'altare la rendeva eterea e la coroncina di rubini, dono dello sposo, la faceva regale. Da vera compagna aveva diviso con lui una vita intensa e armoniosa e alla sua morte aveva cercato di compensarne l'assenza attivandosi pi energicamente nel vivacizzare il suo salotto verde, dove alternava concerti, letture e recite e il risultato era che si faceva a gara per essere invitati presso di lei e ora che Gemma era in citt non poteva esimersi dall'esibirsi durante il concerto di beneficienza che l'amica aveva previsto proprio in occasione del suo soggiorno. Quando le acque dei canali erano impraticabili per le piogge e le piene, i barcaioli avevano bisogno di qualche sussidio almeno per il pane; con le elargizioni a Palazzo Marcolin si cercava di dare una mano a questi disperati.
"Che far senza Euridice? Dove andr senza il mio ben?", mentre intorno l'azione era ferma, come sospesa, atona, la voce di Orfeo esprimeva tutta l'angoscia che il suo voltarsi gli aveva procurato: che fare, dove andare, non pi orizzonti per lui senza quel bene da cui traeva vita, conforto, speranza: lo aspettava il vortice del nulla.
Grandi applausi alla fine dell'aria regalarono a Gemma un altro successo e quando scrisse a Jacopo, la sera stessa dell'esibizione, era ancora carica delle emozioni che il pubblico le aveva regalato. Sarebbe ripartita da Treviso con qualche giorno di ritardo dopo l'esibizione dall'amica contessa, e sapeva che questo ritardo imprevisto non avrebbe fatto piacere a Jacopo.
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1851.
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Tac, un colpetto secco fece saltare la calotta dell'uovo  la coque che Folco Franceschi ogni tanto si faceva preparare per colazione, poi avrebbe bevuto una tazzina di caff e sarebbe stato pronto per una nuova giornata.
Di ottimo umore, aveva gi chiesto che gli preparassero un cesto con gli ultimi diosperi della stagione, perch voleva portarli al Poggetto dov'era stato invitato per cena, cosa che negli ultimi tempi era capitata spesso perch fra medico e paziente si era stabilita un'intesa pi solida, complice qualche partita a carte che ne aveva incentivato la conoscenza.
Fra coppe e denari, spade e bastoni, i due, che non seguivano la regola del silenzio, si lasciarono andare a commenti sul pi e sul meno; qualche argomento del giorno, qualche notizia dalla vicina Pistoia, da Firenze o da oltre il Granducato, erano vagliate e commentate. Era molto discussa in quei giorni l'ipotesi di dedicare una statua a Francesco Ferrucci, presenza ineludibile per Gavinana e tutto il suo circondario, faccenda pi volte pubblicamente affrontata e rimandata che li trovava d'accordo, ma convennero anche su altri avvenimenti e circostanze, per cui si capiva che anche il Franceschi, pur non dichiarandolo apertamente, avrebbe fatto volentieri a meno delle incombenze granducali sul territorio toscano. Fra
le altre questioni, in quei mesi, molta attenzione era rivolta al confine tosco-emiliano, dove episodi di violenza per bande si verificavano costantemente. Preoccupante soprattutto era la zona pontificia dove Stefano Pelloni, ora santo, ora bastardo assassino, continuava a perpetrare crimini orrendi nei confronti della popolazione benestante locale. Il mito lo voleva come un Robin Hood, equo elargitore di ricchi bottini distribuiti fra i poveri, la realt lo ritraeva come gratuito criminale e depravato stupratore. Se non ci fosse stata di mezzo la lotta di classe con la complicit della gente pi povera, ricompensata coi proventi delle empie scorribande, sicuramente l'esistenza del Passatore sarebbe stata pi breve, ma la rete di informatori, spie e sostenitori a proteggerlo e sostenerlo anche durante i nascondigli nelle grotte, sui monti, oltre ad alimentare la sua fama di buon pastore, era servita a prolungare la sua attivit di feroce omicida. Assalti a Bagnara di Romagna, a Cotignola, a Castel Guelfo e oltre, avevano sparso il terrore: la tortura e le sevizie erano il modo per estorcere ai malcapitati notizie sui nascondigli d'oro e preziosi.
Il tema del brigantaggio spaccava sempre in due i pareri in proposito: chi difendeva i briganti a spada tratta, chi li avrebbe visti volentieri penzolare dalle forche. I nostri moderati conversatori cercavano di assumere un punto di vista che desse spazio a ragionamenti meno impulsivi. Il metodo del Pelloni, la sua crudelt, il suo disprezzo per la vita altrui, la noncuranza con cui massacra, la tracotanza con cui impone la sua legge, non erano tollerabili. Esisteva per una verit che chiamava a raccolta coloro che avevano a cuore il destino di quella parte emarginata che in tutti gli Stati italiani aveva bisogno di affrancamento.
Il mondo rurale composto da piccoli proprietari, affittuari, mezzadri, era un mondo che nonostante il disagio aveva una propria stabilit che poggiava sul rispetto delle leggi, la fedelt alla monarchia, l'attaccamento ai valori religiosi, ma poggiava anche sopra una cultura fatta di riti, credenze, magie non facili da scalfire. C'era poi l'annoso problema della lingua, vero ostacolo di difficile risoluzione, cos, in questo universo contadino, la visione della citt e dei cittadini era di un insieme di parassiti e viziosi senza morale politica n religiosa. Fra i se e i ma si cercavano motivi e spiegazioni per quegli eventi che non erano andati nel verso sperato.
Pistoia da tempo era stata sensibile alla questione della valorizzazione delle classi subalterne tramite l'istituzione di asili e di scuole professionali; una vicinanza concreta che in citt aveva visto particolarmente attivo il nobiluomo Niccol Puccini, un operoso risorgimentale gi amico di Jacopo, che agli inizi degli anni '40 si era dedicato anima e corpo alla costruzione di un asilo, di una scuola agraria e di una scuola professionale, volendo palesare il concetto pedagogico che faceva della formazione popolare il basamento del progresso futuro. Il Puccini, intelletto vivace e multiforme aveva inoltre ideato nel giardino della sua villa, appena fuori Pistoia, quella che aveva chiamato Festa delle Spighe e che dal '41, per qualche estate, era stata protagonista di giorni indimenticabili e veniva ricordata come una circostanza senza paragoni, capace di avvicinare citt e campagna, cittadini e contadini. Era stata una trovata geniale, tutti, proprio tutti coloro che frequentavano casa Puccini, signore entusiasta ed entusiasmante, avevano elogiato l'iniziativa ed erano stati presenti in quelle giornate piene di trovate originali.
Giochi, premi, spettacoli, concorsi, canti e preghiere si alternavano durante le ore dedicate alla Festa che era acclamata come un fatto unico: e lo era per davvero. Purtroppo per la convinzione, la dedizione e l'impegno del Puccini non facilmente videro avvicinare i due mondi, la citt e la campagna restarono distanti, ma negli anni a venire il ricordo della Festa rest nel cuore e nel pensiero della gente che le abitava entrambe.
Jacopo ammirava il Puccini, le sue idee, il suo atteggiamento, aveva spesso partecipato alle riunioni nel suo palazzo ricco di oggetti d'arte, ma soprattutto di dipinti, esempi travolgenti di rappresentazioni legate al sentimento patriottico e li aveva studiati con interesse, carpendo i simboli e le metafore nascosti in essi. Dal Puccini aveva tratto il modello di cenacolo e, se pur in scala ridotta, ne aveva imitato il giardino. Condivideva anche la scelta che lo vedeva impegnato benefattore e se per molti, invece, era diventato una specie di voltagabbana rispetto agli anni giovanili, impegnati a portare avanti il tema del Risorgimento, Jacopo sosteneva che non c'era stato alcun tradimento, perch il nobiluomo, anche in quella fase, anche durante i giorni della Festa, aveva continuato a mostrare orgogliosamente al popolo la sua pinacoteca, dimostrando palesemente di non rinnegare il suo antico impegno politico. Poi, siccome grazie a lui aveva conosciuto molti fra i pi bei nomi di artisti e intellettuali, la gratitudine al Puccini era rimasta per sempre fresca e intatta.
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1851.
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Il profumo dell'oca che stava cuocendo nel forno a legna rimandava alla crosticina dorata che, bruna e croccante di miele, l'avrebbe accompagnata sulla tavola e, siccome faceva buio presto, la cena era anticipata alle 18. Oggi niente partita a carte, era arrivato un testo che riguardava le strade ferrate e Jacopo era da tempo interessato a questo mezzo di trasporto che riteneva essere utile e vantaggioso e nel quale aveva gi impiegato un po' di denaro per la costruzione del tratto Pisa-Lucca inaugurato nel '46. Molti ingegneri formati nell'Universit della Torre erano convinti della bont di questo nuovo modo di viaggiare e avevano studiato profondamente la materia, diventandone padroni e pubblicando trattati. Uno fra i primi era stato Luigi Serristori, che gi nel 1816 aveva scritto il saggio Sopra le macchine a vapore. Nel Granducato di Toscana, grazie anche al Giornale agrario molto letto e diffuso, si era promossa la realizzazione di tratte e banchieri e imprenditori avevano visto giusto nell'investire somme cospicue che avrebbero restituito guadagni molto interessanti.
Se l'aspetto economico la faceva da padrone, il mutamento spazio-tempo che coinvolgeva uomini, merci, avvenimenti, lasciava stupefatti, coinvolgeva e incuriosiva.
Jacopo, affettando il petto d'anatra, ramment quando
anni prima era arrivato a Londra in compagnia di Gemma e qualche stazione gi inaugurata aveva permesso piacevoli tragitti in vagone di prima classe: il mondo che scorreva su noi e noi che scorrevamo sul mondo, una bellissima sensazione. Aveva piovuto molto in quei giorni londinesi, un tempo triste che aveva poco a che fare col viaggio romantico che Jacopo si era prefissato e per il quale aveva organizzato un poetico programma. Niente passeggiate lungo il Tamigi e nei giardini della citt, niente campagne verdi o praterie o passaggi d'acqua con i piccoli e suggestivi villaggi, ma dovendo ripiegare sui luoghi chiusi, il treno era appunto stato un gradito diversivo.
La storia di questo viaggio, che non era nato per diletto, ma questo Jacopo non lo raccontava, era assai delicata perch riguardava un personaggio di spicco sempre al centro dell'interesse degli investigatori pro oscurantismo. Giuseppe Mazzini si era ormai stabilito a Londra, dove si era rifugiato dopo l'allontanamento dalla Svizzera, ma l'esilio non l'aveva reso inerte, anzi nella Little Italy dove si era stabilito aveva subito preso contatto con numerosi esuli italiani che vivevano l, campando anch'essi in condizioni precarie, solidarizzando fra loro attraverso piccoli baratti, piccoli favori e molta vicinanza reciproca. Mazzini scriveva articoli per giornali, osservava, rifletteva, meditava e continuava a manifestare le proprie convinzioni tramite la penna e il detto e ben presto era stato circondato della stima dei molti che lo frequentavano, inglesi compresi. Un nuovo dolore per, appena in citt, gli si era palesato in tutta la sua tristezza e drammaticit, allorch aveva scoperto un universo sconosciuto e oscuro, fatto di giovanissimi emigranti che i genitori, mossi dalla disperazione, con una sorta di contratto spingevano nelle grinfie di squallidi soggetti, che per le strade della citt li obbligavano all'accattonaggio e al borseggio in cambio di una sopravvivenza fatta di cibi ripugnanti e tuguri come giacigli. In questo turpe stato erano costretti anche molti bambini italiani che sfruttati, laceri e denutriti si aggiravano come sorci nella periferia lercia e malsana di quella popolosa capitale. L'istituzione di una scuola fu la risposta che Mazzini pens per replicare a tanta nefandezza; l'educazione, imparare l'italiano per scardinare le barriere che i dialetti frapponevano e facilitare cos la comunicazione; aggregarli, non farli sentire soli, redimerli, l'obiettivo era questo.
Sapeva bene che l'impegno sarebbe stato gravoso, ancor pi perch la scuola avrebbe dovuto essere gratuita, ma il soccorso dei parecchi simpatizzanti londinesi e dei molti che dall'Italia continuavano a seguirlo, determinati a sostenerlo a tutti i costi, fece s che la scuola fosse portata a compimento.
Quando Jacopo prepar il suo viaggio col conforto di numerosi complici - gi si vociferava di questo progetto accolto con entusiasmo anche da parte dei favoreggiatori italiani - consider che partire con Gemma, oltre a essere una fuga d'amore, sarebbe servito a camuffare e sviare i sospetti dei tipacci sempre in agguato nel tentativo di comprometterlo.
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1841.
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Franceschi era sempre molto interessato ai racconti di viaggi, lui si era mosso poco, la sua professione, la sua situazione sentimentale, lo avevano tenuto legato al territorio, solo qualche congresso gli aveva consentito di allontanarsi e ogni volta, alla fine, il rientro era stato vissuto come il ritorno al porto sicuro, alle acque ferme, alla tranquillit. C'era nel suo spirito una tendenza che lo disponeva alla sedentariet, i suoi ammalati, i suoi libri, gli inviti degli amici, il suo piccolo mondo.
Dunque Jacopo, dovendo adempiere a Londra a una missione complicata, aveva pensato di mescolare le carte, ampliando il percorso con alcune fermate in luoghi di interesse storico e artistico, Torino per la Sacra Sindone, il Castello di Chambry, Lione fra Medioevo e Rinascimento e finalmente Bayeux, per ammirare il famoso arazzo, sempre vagheggiato nei suoi interessi fin dalle prime conoscenze storiche di studente: la battaglia di Hastings, la vicenda avventurosa e vincente di Guglielmo il Conquistatore, perfino la Cometa di Halley, erano state descritte sulla stoffa con meticolosa pazienza d mani fatate e ora erano l davanti ai due turisti che sopra un libretto prendevano appunti con puerile eccitazione e confabulavano animati su quella testimonianza di eventi straordinari che nessun racconto saprebbe narrare in tutta la sua bellezza; da Le Havre si sarebbe traghettato per Portsmouth, poi Londra.
Un incontro vero e proprio col Mazzini non ci sarebbe stato; era stato deciso cos per evitare rischi troppo grandi, ci sarebbe stato invece un appuntamento con un incaricato al di sopra di ogni sospetto che avrebbe fatto da collegamento fra loro. Com'era sua abitudine quando viaggiava, Jacopo aveva nascosto il denaro in una fenditura praticamente invisibile della cassetta dei medicinali, non aveva con s documenti compromettenti o lettere, gli erano stati affidati solo incarichi verbali che sarebbero stati eseguiti peraltro solo in caso che non si fossero presentati pericoli e ci gli era stato detto, ridetto e raccomandato pi volte.
Ma Jacopo era molto accorto e sapeva muoversi con circospezione, sapeva che la prudenza non era mai troppa, sapeva gi che si sarebbe attivato nei momenti in cui la sua compagna avrebbe incontrato due care conoscenze, i coniugi King; lui era un mercante di pietre preziose, un ricco borghese di campagna appassionato da sempre di mineralogia che dell'interesse scientifico aveva fatto una professione redditizia, lei, Margaret, era nipote di italiani, tutti commercianti del settore tessile serico che, subito apprezzati negli ambienti eleganti, erano diventati un riferimento per clienti agiati e aveva scelto di dedicarsi alla musica suonando l'arpa, strumento di genere che le consentiva di esibirsi senza scandalo, anche nelle orchestre maschili. Pochi strumenti erano ritenuti adatti alle signore e l'arpa era uno di questi, perch il suono celestiale, la posizione garbata adatta alle ingombranti vesti femminili ne faceva, come per il pianoforte, uno strumento morigerato e pudico.
L'amicizia tra la coppia e Gemma era mantenuta dallo scambio epistolare che serbavano le due donne, sempre al corrente delle attivit l'una dell'altra, unite dalle inclinazioni e dalle disposizioni dell'animo.
Margaret era al corrente della storia fra Gemma e Jacopo sin dai primi tempi della loro unione ed era felice per lei affinch una figura maschile di ottimo livello le stesse vicino, la sostenesse e la consigliasse in questi tempi inquieti, dove una donna sola avrebbe potuto correre il rischio di essere facile preda per chiss quali mire. Ora che finalmente era arrivato il momento di conoscere personalmente questo nobiluomo pistoiese, i King avevano pensato a un ricevimento di benvenuto in loro onore.
Ostacoli durante il percorso non ce n'erano stati, ma l'inquietudine aveva per accompagnato Jacopo per tutto il tragitto; sentiva molto la responsabilit di questa missione, un nome di rilievo e una cifra importante da fargli pervenire, i confidenti da cui anche a Londra ci si doveva guardare, la tensione da tenere sotto controllo, gli occhi sempre bene aperti a trattenere volti, atteggiamenti, gesti, tutto da osservare con pedanteria, chiunque poteva essere un informatore: un cameriere, un portiere, un signore distinto che percorreva la medesima strada ed entrava nel medesimo caff.
L'orgoglio per aver ricevuto fiducia in un incarico cos delicato non era sufficiente a placare l'ansia che a volte lo prendeva e che doveva subito celare, cos era sovente costretto a bere sorsi d'acqua, a fingere di soffiarsi il naso, a consultare l'orologio per nascondere l'imbarazzo.
Gemma era serena, contentissima e pareva instancabile; non rifiutava alcun invito: musei, esposizioni, mostre e perfino la posa della prima pietra per la ricostruzione del palazzo di Westminster che anni prima era stato devastato da un incendio.
Londra era molto cambiata rispetto ai viaggi giovanili di Jacopo, era una citt ricca di contraddizioni, considerata la pi grande del mondo, sede politica e finanziaria, aveva sontuosi palazzi ma non aveva fognature, era popolata da un sottobosco di straccioni che vivevano la periferia, mentre nelle strade del centro si muovevano eccentrici dandies disinvolti nei loro originali abiti colorati, lord severi con i loro cilindri, borghesi attenti anch'essi a sfoggiare abbigliamenti che evidenziassero il loro prestigio.
La prosperit economica, dovuta anche all'aprirsi di nuove rotte commerciali e coloniali, aveva ben sottolineato le disparit sociali e questa penosa evidenza provocava in Jacopo uno sconcerto che spesso traspariva nelle sue conversazioni.
Gemma, immersa in occasioni pi frivole, era meno consapevole di queste realt e, del resto, come ogni artista, era pi concentrata su s stessa, anche se non lesinava la carit quando le circostanze lo richiedevano.
Le ore passate al British Museum o alla National Gallery, aperta solo di recente, volavano ed era facile scambiare pareri anche con altri visitatori in quegli spazi che ogni tanto assomigliavano a ritrovi mondani e durante i quali l'amica Margaret si divertiva a fare da interprete, gli inglesi seguivano con interesse ci che succedeva in Italia, soprattutto per la politica e non facevano mistero di sorprendersi del cambiamento dei maschi italiani e della loro volont di emanciparsi attraverso le rivolte, perch li avevano sempre dipinti come codardi e mollicci, inetti a qualunque tipo di replica ai soprusi.
Di queste perplessit erano zeppi i loro ragionamenti e talvolta azzardavano commenti non del tutto garbati e comunque decisamente stonati per conversazioni a cui partecipavano anche delle signore, questo poco garbo stizziva molto Gemma che, senza rispondere a tono, sapeva come eludere abilmente gli argomenti politici per deviarli su ci che le era pi consono e che conosceva meglio, ovvero l'arte. Era un giochetto che sapeva condurre molto bene e che raccontava compiaciuta a Jacopo quando si ritrovavano dopo gli impegni della giornata.
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1841.
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Il contatto con il tramite era gi avvenuto a una mostra cinofila, dove, fingendosi interessati a conoscere le qualit della razza Pointer, avevano potuto scambiarsi tranquillamente indicazioni di tutt'altro genere.
Il tramite era un italo-inglese, uomo poco appariscente, statura media, capelli brizzolati, nessuna caratteristica fisica che poteva farlo notare, abbigliato in modo elegante ma anonimo, stava gi osservando interessato gli esemplari in mostra, razza che aveva preso piede in Granbretagna fin dal secolo XVII, infallibile nel segnalare il punto dove si trovava la preda e quindi da sempre utilizzata per la caccia. L'atteggiamento fiero, la linea flessuosa, ne facevano un cane bello da vedere e il suo ottimo carattere lo suggeriva anche come ottimo per la compagnia.
Una copia del Times nella tasca della marsina, Jacopo si aggirava fra gli espositori del padiglione e nel luogo convenuto incontr il suo referente, col quale aveva avviato una conversazione naturale, dovendo dare l'impressione di un incontro occasionale dalla prospettiva interessante. Rispetto al programma previsto non c'era niente di variato: il denaro sarebbe stato consegnato dentro un cesto di frutta che Giuditta Bellerio, la compagna di Mazzini, avrebbe ritirato personalmente alla bancarella che, nei pressi della loro abitazione, vendeva anche modesti fiori portati direttamente dalla campagna. La Bellerio, alla quale non mancavano freddezza e determinazione, port a termine l'impresa con una tale naturalezza che a nessuno sarebbe venuta voglia di ficcare il naso in quel cesto per vedere se oltre a mele e pere e un mazzetto di garofani rosa si nascondesse altro.
Per confermare il buon fine dell'operazione era previsto che l'illustre fuggiasco si affacciasse alla finestra della sua casa in zona Clerkenwell, per cui, quando la figura asciutta e algida apparve nell'apertura delle persiane, sollievo e compiacimento riempirono l'animo di tutti coloro che avevano collaborato affinch tutto finisse bene. La tensione di Jacopo, che stava aspettando gli esiti all'interno di una delle tante birrerie esistenti in zona, trasform la pressione di quei giorni in soddisfazione e per smaltire l'ansia accumulata decise di rientrare in Hotel a piedi. Pochi passi e dovette aprire l'ombrello, ma gli stivali e la lunga cappa l'avrebbero riparato dalla pioggia che scendeva subito risoluta, era quasi buio, non aveva fame ch aveva lo stomaco ancora in subbuglio, allung il passo, chiss se Gemma era gi rientrata; una cosa lo rasserenava, ora non avrebbe dovuto pi defilarsi n cercare pretesti per allontanarsi da lei, i giorni futuri le sarebbero stati tutti dedicati.
Gemma per, nei suoi resoconti serali, non si era lamentata delle assenze del compagno, ne aveva scritto,
ma dando per scontato che un uomo d'affari non potesse
sottrarsi agli obblighi che il lavoro imponeva e che lei immaginava aridi e noiosi, lontanissimi dalle simpatie femminili. Ne aveva scritto anche alla contessa Marcolin che pure da lontano vegliava sulla sua protetta:
Dolcissima amica mia, eccomi a voi con immenso piacere, con l'armonia della notte e con la pioggia costante, senza la quale forse non riuscirei ad addormentarmi, dal momento che da quando sono arrivata ogni sera principia la sua missione con una costanza e una puntualit davvero encomiabili, alle quali mi sono assuefatta.
Lessi della vostra gita a Venezia e della regata con le gondole e con la fantasia credei di vedere l'arrivo a Dorsoduro, la premiazione dei gondolieri, il rinfresco in Piazza San Marco e il concerto a fine giornata. Mi dite di un'eccellente esecuzione delle Stagioni di Vivaldi con un pubblico estasiati all'ascolto e con la ripetizione della Primavera come bis e vi pensai attenta e avida a carpire nota per nota, movimento per movimento, a trattenere il respiro, come per non disturbare, nei passaggi pi difficili. Trovai molto opportuna la scelta degli abiti da indossare nei diversi momenti della giornata e anche la scelta del Cavaliere Soler come accompagnatore pensai essere una brillantissima ispirazione, perch la modestia e la seriet che lo contraddistinguono ne fanno un gran signore.
Immagino quanto abbiate gradito la passeggiata a Burano, mi parlate dei favolosi merletti che avete acquistato e dai quali anch'io rimasi conquistata, l'abilit e la velocit con cui le donne muovono le mani e usano aghi e fili, trasformandoli in opere squisite dal gusto unico, sono veramente sorprendenti e guardarle lavorare, mentre sedute a chiacchierare compongono queste meraviglie,  proprio gustoso.
Voglio parteciparvi un'impressione negativa che ebbi invece, conversando con alcuni cosiddetti gentlemen, incontrati nelle mie escursioni nei musei in compagnia della cara Margaret, di cui spesso Vi parlai, perch, come gi Vi dissi, Jacopo  molto impegnato in quegli interessi seri che a voi donne non garbano punto e io mi accompagno a quella squisita persona che conosce i siti pi interessanti. Dunque, questi gentiluomini, all'apparenza garbati, tesero a insidiarci parlando delle questioni politiche che accadono da noi e trovai ci molto scorretto, essendo noi dame prima di tutto e lontane dal nostro paese, della cui scienza di governo poco sappiamo e vogliamo discorrere.
Vidi e ne restai ammirata la grandissima Fanny Cerreto che all'Her Majesty's Theatre, in presenza della regina Vittoria, danz un pas de deux senza precedenti. Potete immaginare il mio entusiasmo, anche Jacopo ne fu preso e, il pubblico l'acclam gettando fiori e chiamando il suo nome. Sua Maest, a cui Fanny rivolse spesso lo sguardo, sorrise compiaciuta, annuendo con il capo e Vi dir che questa giovane sovrana mi parve trasmettere positivit.
Mia insostituibile Anna, ho qui sulla scrivania la scatola
d'avorio che mi donaste e mentre la osservo Vi auguro le migliori cose e attendo con impazienza Vostre notizie,
Gemma.
Londra offriva cos tante distrazioni che Gemma non poteva annoiarsi anche se Jacopo non era con lei fra mercati, sagre, fiere, eventi sportivi, i concerti anche all'alto e le oasi di divertimento o i circhi, non c'era che da scegliere e anche se i piovaschi riducevano gli svaghi all'aria, si poteva sempre fare una passeggiata sull'omnibus a cavalli che arrivava fino in periferia, un'esperienza nuova tutta da scoprire, come da scoprire e decifrare erano i volti dei passeggeri: le loro vite, il loro mondo, i loro segreti che salivano e scendevano a ogni fermata e che ognuno portava subito via con s. A Regent Park poi, era piacevole fare un giro turistico con lo sguardo sui punti pi belli della citt e Gemma, che a Park Square East era rimasta affascinata dal diorama di Daguerre, era tornata l pi di una volta per entusiasmarsi davanti alla rappresentazione dell'eruzione dell'Etna e alla simulazione di una navigazione sul Bosforo. Insomma, la citt era una magia da vivere e tutt'un ricordo da serbare; gli appunti di fine giornata erano pieni di pagine e commenti.
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1841.
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Proprio in quel viaggio Jacopo aveva comprato, oltre ad altri numerosi oggetti, l'alzatina di frutta che ora era nel centro del tavolo con datteri e noci e dalla quale Franceschi attingeva con ingordigia. La gita a Sheffield, antica cittadina di mercato, dove verso met Settecento avevano inventato una placcatura particolare dell'argento che aveva consentito la creazione di importanti oggetti ambiti dalla piazza aristocratica prima, e borghese poi, era stata fortemente voluta da Gemma, che gi dalla partenza dall'Italia aveva programmato di farci una gita, anche se non immaginava di portar via talmente tanti oggetti che sarebbe occorsa una spedizione via mare verso Livorno per farli arrivare a destinazione. Jacopo in questi casi non metteva bocca e l'accontentava volentieri, gli piaceva vederla entusiasta ed eccitata come una bambina fra le bambole, scegliere questo o quell'oggetto per immaginarlo gi collocato al suo posto. E anche ora che continuava a raccontare questo episodio della propria vita sorrideva, mentre il dottor Franceschi lo guardava partecipe e immaginava che in quegli occhi chiari lampeggiasse quell'effige tanto cara. Ed era proprio cos, Jacopo sapeva rivivere ogni dettaglio del proprio passato come se fosse accaduto ieri: qualche volta, per, si chiedeva se fosse un bene o un male.
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1843.
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Puttane, forzati, avanzi di galera, erano i padri di quel popolo che affollava le strade di Livorno e che oggi, nell'azzurro nitido del cielo, accoglieva Jacopo, venuto finalmente a ritirare tutti gli oggetti preziosi spediti dall'Inghilterra. Solare, chiacchierona e sovente becera, la gente livornese portava dentro di s una variegata genialit che traspariva in tutte le occasioni. Nutrita dal mare scoglio, dai tepori del sole quasi sempre testimone di ci che succedeva, dai frequenti venti che da sud-ovest investivano, quella piccola comunit iniziale viveva i propri momenti dividendoli - ormai da secoli - con altre varie comunit venute da molto lontano, fin da quando Ferdinando I, Granduca di Toscana, per incrementare la popolazione e incentivare i commerci invit mercanti di ogni nazione a stabilirsi a Pisa e Livorno, con la garanzia di libert di culto, annullamento debiti e sanzioni, insieme a molti altri vantaggi. Accolta la proposta con entusiasmo da ebrei, armeni, persiani, greci e via andare, la citt in poco tempo vide moltiplicarsi fondaci, commerci, traffici, insieme al moltiplicarsi di kippah, tarush e fez. I fossi si animarono, miglior la navigazione con barconi che andavano e venivano negli scali merci e dall'ottocento apparvero, simbolo di opulenza, anche palazzi sontuosi che si specchiavano nel Fosso Reale. Nonostante l'imbellettarsi, il crescere in ricchezza, il divenire golosa preda dei napoleonici appetiti e restare obiettivo della flotta inglese, frequente presenza nel porto, Livorno rimaneva ancora una citt dove si incontravano quei personaggi attori dei mestieri graditi a suo tempo dal Granduca e che fossero maestri d'ascia o scarpellini, legnaiuoli o muratori, pescatori o calefati, il loro vociare nelle diverse lingue di appartenenza, spesso incomprensibili, creava un variopinto paesaggio, diverso da qualunque al tra parte del globo ci si trovasse. Impastati con gli agenti atmosferici, i livornesi non pativano n caldo n freddo, sempre abbruniti, pronti a buttarsi in mare anche nell'inverno, svelti alla zuffa, prepotenti e schietti, la camicia aperta sul petto, le grandi maniche a sbuffo, i pantaloni larghi e stretti al ginocchio e qualche volta un berretto di panno in capo, non se le mandavano a dire e ogni momento della giornata era perfetto per andare a farsi un bel gotto di vino per poi mandarsi a quel paese. Le donne, acquaiole, pesciaiole, vinattiere, sguattere, fruttivendole, locandiere che fossero, era difficile immaginarle al chiuso di qualche stanza, se non per praticare il meretricio. Le trecce a formare il cercine per posarci la brocca, le batte, le lunghe vesti di cotone nero e l'altrettanto lungo grembiale grigio, erano un po' la divisa di questa folla donnesca che si affannava in queste occupazioni e ora, mentre Jacopo passeggia fra i tavolacci disposti alla meno peggio, gli offriva quella mercanzia che a lui non
serviva, perch alloggiava in una locanda dove poteva anche mangiare. Certo, quelle triglie di scoglio rosso-brune gridavano "Mangiami", affusolate e carnose, a Jacopo parevano essere pennellate proprio com'era Livorno, una citt che non potrebbe mai essere dipinta con un solo passaggio di colore.
Ci gli piaceva, come gli piaceva camminare sul lungomare, fermarsi nei casini a rinfrescarsi con una bibita era distensivo, indulgere a un tavolino, guardare la gente, ascoltare il brusio intorno a s, lo faceva sentire in vacanza. Inoltre, dal momento che Gemma non era con lui, era a cantare al Regio di Torino, loggione esigente abituato alle interpretazioni di Giuditta Pasta, per cui era in ipegnatissima e concentrata solo sul canto, decise di trattenersi di pi rispetto al previsto, anche perch Guerrazzi, presente in citt, era disponibile per pacifici abboccamenti e valeva sempre la pena approfittare di queste occasioni equilibrate per farlo ragionare.
Certo c'era di che guardarsi le spalle, specie nelle vie interne spesso e volentieri luccicavano le lame dei coltelli, soprattutto nella Venezia Nuova le risse erano frequenti perch il quartiere era vissuto da uomini rudi e prestanti che non si limitavano alle ingiurie e passavano ai fatti con grande naturalezza. I fossi che tagliavano la Venezia la rendevano davvero simile alla sua omonima del nord e lo sciacquettio dell'acqua sulle rive accompagnava giorno e notte i traffici legali e illegali che si svolgevano sotto i cenci miserabili, stesi ad asciugare da una finestra all'altra. Il modo di arrangiarsi tramite pratiche illecite era di casa fra queste viuzze, dov'era facile incontrare mendicarti, furfanti e vagabondi, attenti ad approfittare di qualunque occasione si presentasse loro per sbarcare la giornata e i navicelli che attraccavano in porto erano presi di mira da questo sottobosco disgraziato lesto alla truffa.
Jacopo conosceva bene citt e abitanti e ci si muoveva con disinvoltura, gli appuntamenti con l'amico Francesco avvenivano in uno di quei locali dove ognuno badava alle proprie beghe senza interessarsi delle faccende altrui; un rosso sul tavolo, qualche lupino da sgusciare, si parlottava fitto per poi alzare il tono.
Dopo il successo dell'Assedio di Firenze, Guerrazzi aveva sperato di guadagnare attraverso lo scrivere romanzi tanto da poter vivere e crescere i nipoti che dopo la morte del fratello aveva preso con s. Proprio negli incontri con Jacopo gli aveva palesato di voler abbandonare la politica che gli aveva inferto colpi bassi e gli aveva regalato pi di una volta la galera; era amareggiato, si lamentava di come erano state condotte le ribellioni per lui sempre troppo tiepide, si giustificava appigliandosi al dovere nei confronti dei nipoti. Jacopo non lo contraddiceva, ma conoscendolo immaginava che quelle addotte fossero giustificazioni pi atte a persuadere s stesso che convinzioni vere: che rinunciasse agli ideali, lui, radicale che concepiva la rivoluzione come necessit e che proprio
nell'Assedio aveva insistito e calcato sulla fine di Lorenzo Soderini, ignobile traditore della patria, per il quale la tenebra della morte infamante del ceppo accanto al quale perfino la madre, sconvolta in un dolore lacerante, non pot pronunciare parole di perdono, lo condann, in una scena lugubre e cupa, in una predizione sinistra a una di dannatio memoriae senza riscatto.
Non si sbagliava Jacopo, anche con il suo fare selvatico, l'umore spesso di traverso, l'aspetto contrariato, Guerrazzi esponeva le sue teorie con impeto, qualche volta con la rabbia che derivava dall'impotenza e dalla frustrazione e non si stancava nel ripercorrere e nell'analizzare i motivi che, secondo lui, avevano portato a tanti insuccessi. I disordini dal Ducato di Modena allo Stato Pontificio che nel '31 erano finiti con processi, arresti e fughe provocate dall'efficiente controllo austriaco, il Piemonte, la Savoia, il pesante processo che avevano subito gli affiliati alla Giovine Italia, quando con le molte condanne a morte, poi tramutate in anni di carcere, si era voluto dimostrare l'autorevolezza e la clemenza dell'Aquila Imperiale e in tutte queste considerazioni di Guerrazzi c'erano un vigore e certi moti dell'animo da cui si intravedeva una tradizione che non sembrava sulla via di estinguersi.
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1843.
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Pare che il grande Napoleone per condurre le sue guerre a spasso per l'Europa portasse con s, leggendolo e rileggendolo, un libretto che veniva da tempi e mondi molto lontani. Lo consultava, non proprio platealmente, prima di coricarsi nel suo giaciglio di generale per poi ripassare la lettura nella sua testa prima di dormire.
Attuale come sempre e allora pi che mai, L'arte della guerra che Sun Tzu aveva scritto nel VI secolo a.C. in Cina, sua patria e suo universo, era da considerarsi una guida utilizzabile in campo militare e diplomatico, che divulgatasi per vie riservate era arrivata fra le mani del Corso che, letti i contenuti - perfette osservazioni di scienza della guerra - e visti i risultati quasi tutti brillanti che aveva ottenuto, non ci meraviglierebbe l'avesse consultata davvero. Le ultime pagine del pamphlet erano dedicate al mondo spionistico e a questo argomento, nota dolente sempre, erano interessati sia Jacopo che Francesco - la preziosa lettura era stata loro fornita dal sempre attento Vieusseux - che preoccupato dall'ambiguo cosmo dei confidenti, rovistavano nelle sfumature, nelle anse, nei labirinti di quell'attivit nascosta cercando segnali, accenni, tracce che conducessero a inaspettate e utili rivelazioni.
"Le spie sono l'elemento pi importante in guerra e da
loro dipende la capacit di movimento dell'armata", chiudeva cos Sun Tzu il suo scritto e che cos'era il movimento della rivoluzione risorgimentale se non una guerra? Se l'erano chiesto i due amici e avevano concordato che lo fosse.
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1843.
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Oggi certe stradine della Venezia sembravano una Corte dei Miracoli: mendicanti, storpi veri o simulati appuntellati a bastoni, ladri e borseggiatori parevano essersi dati appuntamento tutti l, strisciando i loro corpi per terra o lungo i muri fradici: il re per un giorno sembrava essere un guercio da un occhio che per campare faceva il mozzo su piccole imbarcazioni, ma che ora era seduto sopra una cassetta rovesciata, compreso nel proprio ruolo di improbabile sire. Fumava una pipa sudicia come lui che sosteneva le brache larghe e consumate, con una fascia a righe. Il popoloso abitato della Venezia, anche se poco raccomandabile, all'occorrenza era compatto e solidale; di frequente attivo nei saccheggi alle case ebraiche, non comprometteva le canaglie che si prestavano alle razzie e manteneva i segreti conservandoli dietro gli usci e le finestre sgangherati.
Jacopo era uscito dalla locanda dove abitava e con tutta calma si era diretto verso quel mucchietto di stradine intricate, dove proprio questo inverosimile sovrano avrebbe dovuto fornirgli una serie di nomi che sembravano essere stati designati per i prossimi arresti.
Gli stivali morbidi, pi adatti a una passeggiata lungomare, scansavano sassi e buche lungo il selciato, il bastone giocherellava allontanando qualche cartaccia e Jacopo
che, se da una parte non vedeva l'ora di conoscere quei nomi, dall'altra cercava di nascondere il proprio sconcerto, attardandosi in un'indifferenza volutamente calcolata e intenzionalmente ostentata. Il pullulare di ceffi non lo spaventava, ch sapeva di essere protetto da un passa parola di solida provenienza e cos sostenne l'incontro con disinvoltura. Il guercio lo osservava, per quel che poteva, salire scansando corpi puzzolenti, come gli era stato raccomandato avrebbe pronunciato soltanto un "Salute a Lei, Signore", avrebbe aspettato un obolo e avrebbe detto quel che doveva dire. Nessuna parola scambiata arriv all'orecchio degli astanti, che eran tutti presi dai loro cicaleggi meschini, i cinque cognomi pronunciati sarebbero stati serbati a memoria, niente di scritto a rischiare di esporsi. Pochi attimi e Jacopo era in grado di riprendere, sempre con passo lento, la sua camminata - ora la lentezza era dovuta al segreto che portava con s, a quei nomi che pesavano e che gli mulinavano in testa e gli annullavano ragionamenti razionali - turbato, si scontr con un tale che scantonando da un vicolo gli si accost grossolanamente e quasi lo invest; aveva bisogno di uscire da quei vicoli opprimenti, aveva bisogno di aria e luce, in un turbinio di assilli si avvi verso la Darsena Vecchia a respirare per qualche attimo i colori delle barche da pesca.
Il passo si faceva un po' pi lesto, facendosi largo fra i facchini intenti a scaricare carbone da un navicello per portarlo attraverso via della Madonna, nella zona ebraica, arriv difronte al mare, dove si sedette su un muretto sperando di scaricare i pensieri. Sapeva che aveva poco tempo, ma gli servivano giusto due minuti per riprendersi ed era gi tempo di tornare alla locanda, dove posato il mantello per confondersi meglio fra la gente, sarebbe andato a incontrare il complice al quale avrebbe riferito dell'incontro. La preoccupazione del Guerrazzi si not subito: lo sguardo si incup e un impercettibile impeto di collera gli sfior un lato della bocca; anche se era previsto che sarebbero stati fatti dei nomi, come ogni volta, si perpetrava la speranza che agli sbirri fosse sfuggito qualcosa, che avessero imboccato una strada sbagliata, invece la spada di Damocle era calata su cinque nomi: due studenti dell'Universit di Pisa, un avvocato, un barbiere e un sarto. Si ag: i due universitari raggiungibili facilmente da una staffetta vennero avvisati la sera stessa: dovevano spostarsi subito a Fauglia, alla villa del Poggio alla Farnia, dove, a breve, sarebbero stati loro consegnati i documenti falsi per l'espatrio. Il barbiere da Cecina si sarebbe ritirato a Montescudaio, presso biscugini della moglie, avrebbe lavorato in campagna e non gli sarebbe stato difficile, dal momento che era stata la sua occupazione prima di fare il barbiere. Il sarto, un quarantenne piombinese, sarebbe stato traghettato nascosto in una barca da pesca all'Isola d'Elba e l sarebbe entrato in contatto con la comunit dei pescatori, abituata da tempo ad accogliere presso di s persone protette dalle associazioni livornesi. Il piano si
mise subito in moto e gli interpreti iniziarono a recitare la propria parte nel teatro della vita. C'era pi preoccupazione a proposito del trasferimento dell'avvocato, perch la sua faccia era nota a molti e nei dintorni non si poteva nascondere, per cui l'idea era quella di farlo partire per Pistoia a casa dell'amico Puccini che era sempre pronto a rischiare pur di dare una mano; quello che si temeva per era lo spostamento che non sarebbe potuto avvenire in carrozza alla luce del sole, una staffetta e su barrocci disagiati e nascosto fra il fieno: l'avvocato non era pi giovanissimo, non sarebbe stato un viaggio benefico.
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1843.
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L'aria che si respirava a Torino era assolutamente antitetica a quella disinvolta e guascona che alitava a Livorno e non tanto perch una profumava di monti e l'altra di mare, ma per il tono rigoroso e compreso di s che sfoggiavano i torinesi, figli di un bon ton di cui i toscani erano totalmente ignari e di cui avrebbero riso se ne fossero stati a conoscenza.
Gemma, in questo contesto, era stata ammirata e corteggiata, aveva ricevuto inviti nelle dimore pi prestigiose, aveva assistito a feste e balli in suo onore, aveva risposto alle chiamate del pubblico entusiasta, lo aveva salutato tralasciando il gesto della rosa, che quello era consacrato a Jacopo, con calore e gratitudine, ma ora era stanca e l'imprevisto capitato al direttore d'orchestra e per il quale sarebbero dovute essere interrotte le recite, le permise di fare ci che avrebbe voluto fare da tempo: una sorpresa a Jacopo in quel di Livorno.
La diligenza a quattro cavalli era veloce, le stazioni di posta erano ormai comodi alberghi dove trovare piacevole riposo e buon cibo, ma Gemma non vedeva l'ora di arrivare in Toscana; solo nelle vicinanze di Genova, una volta superato il Passo dei Giovi, sent forte il richiamo della citt e delle tracce che lei e Jacopo vi avevano lasciato: i primi incontri, le prime confidenze, le prime passeggiate, i primi sussulti e mentre gli zoccoli correvano per arrivare a una delle ultime poste, altri zoccoli, calpestando malve e rosolacci, bubbole e borragini e quant'altre erbe, galoppavano nelle campagne che da Pisa conducevano a Fauglia, accompagnati dai richiami amorosi dei grilli e delle lucciole, dagli aromi della notte e dalla sua oscurit. Viaggiatori e cuori che battevano forte, motivi diversi, incroci comuni e Jacopo come fulcro, ma mentre Gemma stava gi affidando al suo libriccino rosso le immagini della giornata, i due studenti continuarono la loro rischiosa corsa sperando di arrivare a destinazione prima dell'alba. La buona sorte li assisteva, non trovarono ostacoli e prima che il gallo avesse cantato entrarono nel grande cancello gi aperto che si richiuse subito alle loro spalle. Il padrone di casa indic loro la stalla, dove insieme ai cavalli della propriet sarebbero rimasti anche quelli utilizzati dai due giovani. Renato era un alto e distinto signore di campagna, la sua propriet terriera era ampia e feconda e non sarebbe potuto essere diversamente, dal momento che l'attaccamento al podere di famiglia lo accompagnava da sempre; fin da piccolo si incantava nel veder apparire i germogli sui rami stecchiti dall'inverno e seguiva la loro evoluzione come se essa dipendesse dal suo sguardo di bambino, attento e curioso; avrebbe saputo rivelare quante gemme ci fossero su ogni tralcio. Poi il collegio, gli studi, ma sempre con il pensiero rivolto al podere, alla dolce collina e ai campi che si intersecavano
fra gli olivi. Il territorio era ricco e popolato, dedicarsi alla crescita della tenuta, occuparsi del commercio e dei profitti, sarebbe stato il piacere della sua vita.
Renato e Jacopo si conoscevano ma si frequentano poco, ci non toglie che si scrivessero spesso, la pacatezza, la signorilit, i modi garbati e l'attenzione alle difficolt altrui erano un loro comune denominatore.
Scesi da cavallo, gli studenti vennero rifocillati e poi nascosti in due luoghi diversi, un rifugio a cui si accedeva dalla limonaia e un locale dietro il riparo degli attrezzi da giardino; avrebbero aspettato l i certificati contraffatti, sorretti dalla speranza, frenati dalla paura.
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1843.
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Il profumo del fior d'angelo intenso e inebriante aveva gi rubato i corpi dei due amanti che nella tiepida notte di maggio si regalarono l'uno all'altro, in bala di ardori e slanci frutto d'una grande passione.
Quando Gemma raggiunse Jacopo a Livorno, lo stupore e la letizia per questa visita inaspettata si erano impazientemente trasformati in un abbraccio stupito che illanguidisce la mente e scioglie il desiderio.
Nella camera, al di l delle persiane socchiuse, un muretto divideva una chiostra dal cortile, dove l'albero dalle piccole coppe bianche e carnose avrebbe accolto la guazza notturna; la tenda di tela batista che, trasparente com'era, non poteva difendere alcun pudore, si lasciava andare ai brevi sussulti che la brezza di primavera le suggeriva; se l'avessimo osservata con pi cura saremmo riusciti a cogliere il ritmo di danza con cui si muoveva ai piedi del letto, dove gli innamorati si trovavano e si ritrovavano immersi nello sfavillio del loro fuoco. Pi lontano qualche canzonaccia da osteria, non poteva mancare "Pop di ghigna, muso da bugliolo, ci vi pono a butttti dal molo, ma prima dal moment'he me l'hai rotti, una mezza dozzina di azzotti", e gi risate sguaiate, picchi sui tavoli e moccoli a Rosario: anche questa era una notte di maggio, anche questa era una notturna realt.
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1852.
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Folco Franceschi era appena uscito dal Poggetto, la cena con l'anatra e i racconti di Jacopo gli avevano offerto una simpatica serata, due o tre colpi di tosse, che da un po' non si erano pi presentati, lo avevano per allarmato; non volendo spaventare il suo ospite si era limitato a osservarlo senza fare domande, tanto l'indomani sarebbe tornato alla villa di prima mattina per approfondire la questione.
Alla villa erano in piena attivit perch oggi era la giornata dedicata alla pulitura dell'argenteria e ci si alzava un po' prima del solito per provvedere alla lucidatura. L'aiuto cuoca stava spiumacchiando una gallina che sarebbe servita a preparare un brodo ricco ed energetico per il padrone. A parte quei colpi di tosse, Jacopo stava bene; anche i malesseri che aveva accusato prima di partire per la visita al Guerrazzi si erano dileguati e i dolori dei primi giorni dopo l'incidente si erano calmati gi da un po'. Per lenirli era stata usata anche una pomata a base di artiglio del diavolo, che spalmata e poi massaggiata era servita a sfiammare le parti dolenti e a dare parecchio sollievo; anche la lontananza dalle beghe quotidiane pistoiesi, se pur seguite a distanza con grande attenzione, gli avevano consentito di allentare le tensioni che si accumulavano quando si aveva a che fare in prima persona con architetti, pittori, maestranze e fornitori. L'impazienza di tornare a Pistoia certo c'era, ma Jacopo si fidava ciecamente della madre e degli amici che anche in questa circostanza avevano dato prova di vicinanza e di dedizione.
Qualcuno di loro era venuto anche a trovarlo portandogli aggiornamenti, documenti e resoconti e ci non aveva fatto altro che confortarlo e farlo sentire considerato, anche per ci che riguardava l'aspetto politico in cui non mancava di credere ancora fermamente. Era insistente da tempo la voce secondo la quale a Mantova era stata fondata una societ segreta nella casa dell'esule Livio Benintendi e si facevano anche alcuni nomi degli iscritti tra i quali quello di don Tazzoli che risultava esserne l'ideatore. Questa sede, oltre a stampare volantini e a finanziarsi per poi sovvenzionare i progetti rivoluzionari, aveva contatti con diverse citt del Nord, ma sembra che fosse proprio per via dell'emissione di cartelle del prestito interprovinciale, che si fosse capito l'intento per cui era stata scatenata un'intransigente persecuzione, voluta da Radetzky e avallata con soddisfazione dalla corte austriaca. Il metodo di Radetzky del resto, in quegli anni l, non si era fatto scrupolo di condannare a morte quasi mille sospettati e ora, in questa circostanza, continuava su questa strada impartendo prima torture seguite da impiccagioni e fucilazioni.
Che la polizia austriaca fosse brava nel proprio lavoro non si poteva discutere, ma che si appoggiasse a delatori
che avevano la fama di viscide sanguisughe era altrettanto risaputo e rigettato con disprezzo da Jacopo, che da sempre tormentato dal mestiere dei doppiogiochisti, ne ragionava spesso con tutti i suoi amici pi intimi. Ma individuarli non era facile, quasi mai ci si riusciva, era un'abilit, uno squallido dono difficilmente riconoscibile di cui chi ne era dotato poteva andare poco fiero. Invece coloro, ed erano stati molti, che avevano resistito alla tortura e che prima di morire avevano gridato un'ultima volta il nome dell'Italia, sarebbero stati i martiri, l'esempio di un sommo sacrificio a cui tutti avrebbero dovuto guardare come modello fulgido di volont e dedizione.
L'affezionato Pardini da Montelupo gli aveva portato una notizia che secondo Jacopo era straordinaria ed esaltante: il Verdi, ormai stella primaria del cosmo melodrammatico, aveva scritto la musica di un'opera che avrebbe dovuto far tremare i polsi di chi l'ascoltava. L'idea gli era nata da un testo, sgradito al pubblico francese, che Victor Hugo aveva scritto e presentato molti anni prima, una storia cupa che Verdi era riuscito a rendere ancora pi cupa grazie al suo inimitabile talento. L'argomento non era per niente gradito alla censura, si doveva procedere con il solito taglia e cuci del libretto e in questo caso Piave aveva pi che mai dovuto sottoporsi alla pignoleria dell'autore, ossessionato dall'inquisizione politica che gli soffiava sul collo. Ma Verdi era un mago e riusciva a schivare con astuzia i bastoni che gli venivano messi fra le ruote. Giocati dall'abilit di quel genio musicale ci che sfuggiva agli sbirri era una parola che essi non intendevano e quella parola era la musica, la superba musica che il grande compositore aveva fatto parlare, dandole una voce che si esprimeva gi con le prime note - ben otto do bemolle che aprivano il preludio a manifestare tutto il tema portante del dramma - una maledizione, un evento oscuro e minaccioso che incombe sulla morale compromessa di un buffone di corte, ma che potrebbe inginocchiare anche un mondo dissoluto fatto di potenti iniqui e usi al sopruso.
Il fatto poi che si svolgesse alla corte del Duca di Mantova aveva fatto scattare in Jacopo l'idea che ci fossero delle coincidenze volute con le attuali vicende politiche, ma probabilmente in questo si sbagliava; chiss che il progetto non fosse stato avviato pensando alla corte di Mantova del XVI secolo che, in quanto a dissolutezza, aveva avuto pochi concorrenti. Il debutto era previsto alla Fenice di Venezia per il prossimo marzo e Jacopo era quasi sicuro di non poter intervenire.
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1852.
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Fra le altre, una visita che aveva particolarmente gradito era stata quella del pittore Bezzuoli, celebre artista e amico da tanti anni che aveva ritratto lui e Gemma in due dipinti che erano poi stati posizionati nello studio del palazzo di Pistoia.
Quello era stato un periodo particolarmente intenso di incontri fra i due innamorati e dal momento che Bezzuoli si era impegnato per ritrarli, avendo a disposizione un intervallo fra una commissione e l'altra, si era premurato di far loro sapere di essere disponibile ad accontentarli. Di ritratto se ne parlava da anni, ma fra gli obblighi del pittore e l'indecisione del cliente non era mai stata definita l'intenzione; quando per Gemma era apparsa nei giorni di Jacopo, l'idea di avere un'immagine veritiera da poter guardare e riguardare fino a saziarsi era presto maturata diventando uno scopo.
Lei, piacevolmente coinvolta, aveva subito acconsentito a farsi ritrarre in una posa un po' sognante, con i capelli raccolti in due bande mosse che andavano appena a coprire la fronte e che scendevano a lambire il collo, passando dietro le orecchie fin sulle spalle coperte da un velo trasparente, che lasciava intravedere un abito candido scollato a rivelare il decolt; un fermaglio appuntato a fermare una delle due bande aggraziava un volto gi aggraziato di per s. Obbligata a rispettare le regole di postura che il teatro imponeva, Gemma non aveva fatto fatica a posare per quel dipinto che non  mai stato spostato dallo studio, anche se a Jacopo sarebbe piaciuto attaccarlo in camera sua, cosa che per avrebbe potuto essere disdicevole.
L al Poggetto il Bezzuoli si trattenne qualche giorno, quel piccolo borgo infondeva tranquillit e straniamento, ora poi che qualche fiocco di neve aveva imbiancato i tetti e la cima sinuosa delle brevi colline, era tutto di una suggestione che rimandava alle fantasie infantili: folletti che spiavano le finestre, gnomi che abitavano i tronchi degli alberi, befane che entravano e uscivano dai camini e i silenzi del fumo e gli schiocchi della legna.
Si chiacchierava pi mollemente, si beveva vino caldo zuccherato, mentre si respiravano le spezie che l'Oriente procurava in abbondanza; nella quiete davanti al fuoco si sorrideva, si rideva nominando persone e avvenimenti, nello stesso tempo per i risultati del troppo recente '48, vibrando di amarezza, erano l, alitavano e pretendevano voce e sicuramente una delle voci pi alte, come ritenevano anche Jacopo e il Bezzuoli, era stata loro data da un dipinto che Francesco Hayez aveva partorito da poco. Hayez era considerato il pittore del Romanticismo, e anche se altri, tra cui il Bezzuoli, avevano affrontato temi appartenenti a questa corrente, riuscendo molto egregiamente nel loro intento, la fama del veneziano aveva prevalso su tutti. Agli inizi della propria carriera aveva dovuto affrontare uno scandalo per via di un fatto amoroso che coinvolgeva una donna sposata, il cui marito in fine l'aveva costretto alla fuga da Roma per fare ritorno al Nord, da dove aveva iniziato a conquistare il pubblico attraverso simboli e metafore, ad attrarli, allontanandoli da un iniziale classicismo a cui aveva aderito nei primi anni, per condurli dentro le emozioni, le passioni, i turbamenti, le sublimazioni che ogni volta trasudavano dai suoi dipinti.
La Meditazione, era stato intitolato cos per evitare gli interventi della solita censura, ma il riferimento all'Italia uscita dalle sconfitte del '48 era palese, il Bezzuoli trovava, anzi, che anche quel titolo fosse appropriato, perch gli occhi della sinuosa giovane raffigurata, guardando un nulla zeppo di domande e risposte, nascondevano un proposito gi formato, un pensiero sottinteso che sapeva di azione e non di rinuncia. Quella che ha dipinto  una femmina che non si  arresa, consapevole dei propri valori e desideri, pondera le future mosse da fare, in nome di un avvenimento le cui date sono dipinte sulla croce trilobata che mostra nella mano sinistra: le cinque giornate di Milano sono un punto da cui partire, sono un vanto da ostentare.  da quell'insurrezione che ci si deve convincere che "si pu", che la tenacia del popolo  in grado di ottenere vittorie inimmaginabili, che l'unione e l'intento possono attraversare qualunque barriera.
Il mondo degli artisti  concentrato tutto sul fronte patriottico, c' sempre un oppressore straniero da cacciare o da punire per vendicare un'onta quasi sempre perpetrata nei confronti di una donna. I temi degli eroi medievali, tangibili antenati a cui riferirsi, vengono esaltati e riproposti in poesia, in drammaturgia e nel melodramma, opuscoli e libretti si trovano a buon mercato e circolano con facilit in tutti gli ambienti sociali.
Continuamente con gli sbirri alle calcagna, anche il poeta Giovanni Prati, in quegli anni di travolgente ardore, aveva scritto sia a Padova, citt dove aveva studiato, sia a Milano dove si era trasferito dopo gli studi, numerosi canti patriottici. L'arte come rifugio di anime traboccanti di tormenti, a Padova, al Caff Pedrocchi, incontrava figure come Alberto Mario, Arnaldo Fusinato, i Dall'Ongaro, intellettuali di spicco e portatori di fede risorgimentale: "Va sciagurato, mi metti orrore; sei delatore" motti di sdegno palese che misero in moto una perquisizione che gli valse il carcere, avendo trovato, la polizia, un nastro tricolore e dei versi di chiaro stampo antiaustriaco. Fiero sostenitore della casa Savoia in cui vedeva la guida della futura nazione, l'8 febbraio del '48 scrisse infuocate parole nell'ode in memoria di due studenti caduti a Padova sotto il fuoco delle armi nemiche. Era un'aria di tumulto quella che si cominciava a propagare in citt, allorquando l'abate Menin non aveva voluto firmare una protesta di Tommaseo contro l'Austria perch quei primi due giovani morti inermi pare fossero stati uccisi senza motivo dai soldati austriaci e, mentre l'odio covava e cresceva, il giorno dei funerali dietro i loro feretri si era andato formando un corteo di migliaia di persone frustrate e minacciose che sbucavano da strade e stradine e con passo deciso marciavano provvisti di dolore e di qualche improbabile arnese a mo' di arma. Intanto la carrozza di Costantino d'Aspre chiedeva strada senza rispetto e gli animi erano sempre pi caldi e l'ira aumentava, nel mentre le botteghe chiudevano e gli ufficiali austriaci spavaldi e sprezzanti sfidavano a gesti l'incalzare di quel popolo sempre pi impetuoso; ed ecco che sulla scena apparvero luccicanti gli acciai austriaci, mentre suonava la campana dell'Universit: era la rivolta e la repressione sarebbe stata sanguinosa.
Dio che ti nomini Delle vendette Perch non stridono Le tue saette Sulla vandalica Turba de mostri, Che i brandi infiggono Nei petti nostri?
avrebbe scritto il Prati, n sarebbero state le ultime invettive: egli avrebbe continuato a dedicare le sue parole pi vibranti, i suoi accenti pi accorati a quell'Italia di cui sperava la formazione.
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1851.
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Eroi grandi o meno grandi che fossero, quegli anni avevano dimostrato quanto il messaggio culturale fosse passato in tutte le classi sociali e Jacopo, pur non avendo potuto partecipare direttamente ai focolai di ribellione o agli scontri diretti, se ne sentiva partecipe, non essendo mai venuto meno agli obblighi morali che si era assunto fin da sempre e di cui non faceva mistero con gli amici pi cari che spesso lo lodavano per questa sua generosit.
Bezzuoli, testimone diretto dell'amore di Jacopo e Gemma, aveva un posto privilegiato nella vita di quest'ultimo, perch era colui che meglio sapeva parlare di lei e sapeva interpretarla; ritrarre, ovvero immergersi nell'essenza di una persona, andare oltre un volto o uno sguardo, insinuarsi, scavare, carpire e Bezzuoli l'aveva saputo fare con perizia e ne discorreva con piacere ogni volta che ce n'era l'occasione e questa era una di quelle volte.
Gavinana ora che era tutta bianca sembrava davvero un piccolo mondo a parte; Pistoia pareva cos lontana, il palazzo silenzioso, il giardino inanimato; tutto fermo come nella novella della Bella Addormentata nel Bosco, ma non essendoci il bacio del principe sarebbe stato pi difficile rianimare quei luoghi del cuore.
Bezzuoli aveva fatto una passeggiata, era uscito di mattina presto, aveva lasciato le sue impronte sulla neve, aveva incontrato un ciuco col basto di legna che il padrone intabarrato incalzava con un vettino; si era spinto fino in piazza, dove alla fontana dell'obelisco c'erano gi donne e bimbetti a riempire brocche e secchi quasi fino all'orlo per poi scendere piano i tre gradini, dove lo sbattere sui bordi rovesciava l'acqua facendo in terra piccoli solchi grigi e lucidi. C'era una grazia innata, osservava il Bezzuoli, in queste semplici mosse quotidiane, chiss che un giorno non gli sarebbero serviti da spunto per un ipotetico dipinto.
Non si parlava, ci si salutava a cenni della testa sotto la benedizione della croce che stava sopra l'obelisco, poi ognuno tornava alla propria dimora e alle proprie mansioni. Il fabbro era gi al lavoro, lo si sentiva battere mentre un fumo denso usciva da un battente un po' sgangherato, l'oste aveva gi aperto bottega e stava spazzando i mattoni rossi del pavimento, c'era qualcuno che aveva pronto qualche cesto di mele e pere da portare al mercato, altri avevano le uova, in qualche casa, alla luce del fuoco del camino, si sbucciavano le patate che sarebbero state aggiunte all'impasto della farina di segale per rendere pi morbido e anche pi duraturo l'impasto del pane.
Un paio di cani seguirono Bezzuoli fino al palazzotto, quando entr tornarono indietro rassegnati: anche loro avevano lasciato le loro piccole tracce sulla neve.
Il servitore prese subito la cappa del pittore, la scosse
per togliere qualche goccia dal bavero e lo invit ad accomodarsi nello studio dove Jacopo lo stava aspettando per il buongiorno. Era seduto alla scrivania, aveva aperto le buste della posta con il tagliacarte e le aveva posate una sopra l'altra accanto a una scatola di avorio vicino a una clessidra ferma da un po': avrebbe letto pi tardi.
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1852.
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Il '48 fu come l'eruzione di un vulcano, il magma che covava e si formava, le fontane di lapilli che uscivano minacciose a brandire il cielo, la lava che colava, travolgeva e portava con s: cos fu in Europa, un fuoco che covava sotto la cenere, alimentato dai sogni nazionalistici che avrebbe potuto realmente cambiare gli apparati politici.
Le tensioni ben presto si trasformarono in atti violenti, per primi, in Svizzera, si scontrarono i sette cantoni cattolici e conservatori contro i cantoni protestanti e liberali, la vittoria di questi ultimi port all'attuazione di una nuova Costituzione che dot lo Stato federale di istituti di rappresentanza. Poi, in Polonia, una rivolta nazionalista sostenuta dai proprietari terrieri venne schiacciata dai contadini appoggiati dall'Austria, a dimostrazione di quanto le condizioni economiche fossero un motore di sovvertimento. Le difficolt, il disagio sociale che si rileva nei momenti di crisi - dal '45 una serie di magri raccolti aveva fatto aumentare i prezzi e diminuire anche la domanda industriale, da cui i licenziamenti o il calo delle ore di lavoro misero a dura prova la pazienza della popolazione, che sempre pi chiedeva "democrazia  uguaglianza": era la rivoluzione che si faceva strada e trascinava con s gli Stati che dalla Francia andavano ad affacciarsi fino all'Impero Ottomano e all'Impero Russo.
Pistoia, come ricorda Jacopo che era stato sempre presente in citt in quegli anni, poteva ben rappresentare uno dei primi esempi di suggestioni ribelli, perch c'erano state dimostrazioni contro il carovita, c'erano stati assalti ai venditori di viveri gi nel '47 e mentre Giuseppe Giusti scriveva lazzi contro la societ pistoiese essa, che rifletteva a pieno ci che avveniva nel resto del Paese, mostrava cos il proprio scontento.
Jacopo in quel settembre aveva ceduto alle insistenze dei compagni che da tempo lo pressavano per tornare alla piena attivit in prima persona, dopo un periodo in cui aveva avuto altro a cui pensare, cos era stato fra i protagonisti della costituzione della "Societ di Alcuni Amici del Popolo", della quale si ragionava assai perch la lontananza dalla gente era il vero problema, non si poteva affrontare una rivoluzione senza che la massa popolare vi partecipasse, bisognava quindi accattivare la popolazione, convinzione espressa e sostenuta da sempre da Mazzini, renderla partecipe, lavorare per avvicinarla alla visione della nazione e questa Societ, sostenuta anche da Jacopo, aveva esordito in grande, diffondendo una raccolta di bollettini che illustravano al popolo le riforme, che parlavano di libert di stampa, di Consulta dello Stato, di guardia civica: si arriv allo scopo. Quando poi si giunse alla costituzione della lega doganale, con accordi firmati tra il Piemonte, la Toscana e lo Stato Pontificio, molti immaginarono che fosse addirittura vicino l'approdo a
una confederazione secondo lo stile giobertiano, faccenda che, per carit, non sarebbe garbata punto, n a Jacopo n ai suoi compari.
Tutto per cambi velocemente quando arrivarono le novit sulla rivoluzione a Parigi e a Vienna, quando si seppe che Metternich era fuggito e che a Milano era stroppiata la rivolta. Di nuovo gli animi ripresero a battere con fervore in favore di un cambiamento totale, a fior d'aria si fiutarono di nuovo voglie di libert a tutti i costi e nel palazzo di Pistoia ripresero con intensit le riunioni. La tappa che Gioberti aveva fatto l in citt parlando in favore dei piemontesi continuava a far eco nel gruppo che, repubblicano com'era, aveva visto con fastidio questa intrusione: Jacopo era tornato alla piena attivit politica e questo gli faceva bene.
Anche ora, per, riparlando col Bezzuoli e, qualche volta, anche col dottor Franceschi, si rammaricava dell'insuperabile muro che era sempre rimasto fra la citt e il contado; perfino quando il granduca era fuggito a Perugia e nei pubblici e frequenti comizi se ne svelava il declino e si riconosceva al Guerrazzi tutta l'importanza del ruolo che ricopriva insieme a Montanelli e Mazzoni, intorno a Pistoia, al di l delle mura, si levavano minacciosi cori notturni e si accendevano fal al grido di "Viva Leopoldo": qualche volta si udivano spari.
Il mondo contadino aveva una storia a s, una storia arcaica e impenetrabile di riti, credenze, influenze che
accanto alla religiosit, spesso ombrosa, impediva le relazioni e continuava a tenere quel nocciolo impenetrabile alle novit.
Anche Franceschi, che conosceva il contado come le sue tasche, pur con bonomia, lo prendeva in giro: "Un mulo  pi arrendevole", diceva scuotendo la testa, perch in molte occasioni di malattie lo chiamavano, lo facevan chiacchierare per poi fare come meglio pareva a loro. "Altro che se ci voi pazienza con questi tapini 'he ti farebbero uscir di senno! Poverini a noi!" e ci rideva ma ogni tanto si capiva che era stizzito.
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1852.
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Pio nono non gli era mai piaciuto. A pelle, Jacopo avvertiva distanza e diffidenza per quell'uomo che aveva conosciuto quando era vescovo di Imola e non gli era sembrato particolarmente affabile o simpatico. Il suo volto mellifluo, il sorriso impostato e scialbo volendo essere accattivante: no, via, non gli era piaciuto, cos, quando nel '46 il Mastai Ferretti era stato eletto al Soglio, aveva avvertito un senso di fastidio, che in seguito era stato Confermato dalle condanne a morte che il Papa aveva avallate durante il suo Regno e che Mastro Titta, al secolo Giovan Battista Bugatti, boia di gran popolarit, noto per indossare sempre un gran mantello rosso come il sangue che avrebbe fatto versare, anche lui nato a Senigallia come il Pio IX, eseguiva con rituale solerzia, quando a Campo de' Fiori e quando a Piazza del Popolo. Gli scongiuri e gli accidenti che i romani facevano e dicevano al suo passaggio erano sentiti con tutto l'odio possibile: quell'incappucciatura rossa, diavolesca, presagio di morte terribile, faceva orrore e metteva i brividi; il Titta che sapeva bene di non essere benvoluto dal popolino, per questo non sussultava, anzi, portava orgoglioso di s il record che l'aveva visto decapitare la sua prima vittima quando aveva solo diciassette anni.
Quando l'Uomo di Dio fu designato come tale, sbaragliando addirittura il cardinale Lambruschini, l'euforia non tard a manifestarsi fra gli speranzosi liberali che lo ritennero, addirittura, la probabile guida di una eventuale confederazione. In effetti alcuni provvedimenti come una moderata libert di stampa, l'istituzione di una guardia civica, la creazione di una Consulta, deponevano in favore dell'idea che fosse un progressista: c'era caduto anche Mazzini nel tranello e quando gli scrisse la lettera che lo spronava a diventare la guida della corrente per l'unit e l'indipendenza del paese, cadde in un abbaglio, ma in perfetta buona fede.
Montanelli, che lo aveva incontrato verso la fine del '47, cap invece, che la schiettezza di quel Papa non  schietta e lo stavano a dimostrare i modi furbeschi, dato e incerti con cui aveva tirato avanti la conversazione: ne traspariva amore dal suo atteggiamento, ma una mal celata freddezza.
Jacopo era convinto che quell'uomo avesse giocato sporco quando aveva richiamato le truppe inviate a battersi contro l'Austria nel '48; se non aveva potuto accettare lo scontro di cattolici contro cattolici - giustificazione per la quale fu tacciato di traditore del Risorgimento non poteva non essersi reso conto che lo Stato Pontificio non era compatibile con le idee liberali. Rientrato nei binari dichiarando di sciogliersi dalla causa italiana, era logico, riteneva Jacopo, che fosse stato tacciato di tradimento e altrettanto inevitabile era stata l'insurrezione che aveva portato alla creazione della Repubblica Romana e al suo esilio a Gaeta.
Troppo breve quel confino sotto la protezione borbonica; poi l'intervento militare francese, con lo sbarco a Civitavecchia a ripristinare il potere secolare che lo aveva riportato sul trono e il crollo delle aspettative da parte di chi, per diciassette mesi, aveva sperato nella redistribuzione dei territori della Chiesa e nella libert.
Da Pistoia le orecchie erano ben tese, Jacopo era in costante contatto a Livorno con il Guerrazzi che scalpitava e fremeva - la prudenza in questi casi non era prevista - scambiava con lui notizie, pareri, consigli e quando Gaeta riapr le proprie porte per accogliere, questa volta, il Granduca Leopoldo II, si grid finalmente alla democrazia.
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1848.
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Ma non era ancora il tempo di concedersi questo governo, n di brandire questa parola e a Livorno, mai come ora, tocc mostrare il proprio carattere. L'esercito austriaco - una cinquantina di cannoni pronti al fuoco fu osteggiato da una popolazione ardita che aveva eretto barricate e che aveva rifiutato orgogliosamente la resa. Cerano tutti, artigiani, commercianti, sacerdoti, intellettuali, c'erano il mare, i colori, gli odori, i vicoli marci e i palazzi fastosi. C'era la Livorno a cui Jacopo tanto teneva e per la quale tanto si era speso; da Pistoia seguiva gli eventi con grande inquietudine e quando seppe della breccia che gli austriaci erano riusciti ad aprirsi presso le mura di San Marco, si asciug pi di una lacrima di rabbia e rammarico: quel giorno non mangi, seduto alla sua scrivania fiss gli oggetti che vi erano posati, lo sguardo dissolto, il cuore altrove, la portafinestra aperta a respirare in maggio di cui, quel giorno l, non percep i profumi.
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1852.
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Folco Franceschi si era preoccupato con ragione; nella notte si era presentata la febbre e Jacopo si era subito aggravato. Il respiro di nuovo affannato prevedeva il ritorno al riposo nel letto, in cui, dopo il cambio delle lenzuola notturne lievemente bagnate di sudore, fu aiutato a rimettersi. In poche ore tutto torn come un po' di tempo prima. La Clelia seduta non lontana dal letto pronta a intervenire al bisogno, medicine, sali e polveri schierati con scrupolo, fiandre e lini stirati e piegati appoggiati con cura.
Sul soffitto i due amanti fra i fiori dell'aquilegia osservavano muti e attenti un declino che pareva non volersi fermare.
Ma stavolta c'era Gemma al capezzale; appena pi magra, arrivata senza preavviso e senza voler essere annunciata, gli era comparsa dalla porta, sorprendendo quel Suo sopore che lo confondeva. Pochi passi e gli fu vicina, gli sfior la fronte con le labbra e avvert il calore della febbre ma tacque, perch non voleva che si affaticasse a parlare. La mano prese quella di Jacopo, il rubino che le regal prima di chiederle di sposarlo conservava inalterato tutto il fascino e la seduzione che una pietra birmana di quel livello portava con s. Quando l'aveva acquistata, durante un viaggio a Roma, non immaginava di farne
dono a una donna, l'idea era quella di conservare qualcosa di veramente bello e prezioso senza un fine, semplicemente uno splendore da ammirare e stupirsi ancora una volta di quanto la natura sapesse fare meraviglie. Il suo simbolo apotropaico, che prometteva protezione e longevit, l'uso dei cavalieri di incastonarlo nella spada perch custode del fuoco divino, l'energia sprigionata, erano misteriose e avvincenti, inoltre valeva la pena approfittare di un'occasione economicamente valida, la richiesta di una pietra del genere era assai rara o almeno si limitava al e classi aristocratiche e chi la vendeva, un inglese che faceva affari con l'oriente, avendo fretta di disfarsene, doveva richiedere un prezzo che non fosse astruso.
L'incontro con Gemma, poi, l'aveva fatto cambiare i piani e si era messo a disegnare qualche abbozzo di montatura, insieme al suo orafo fiorentino, per regalarglielo come pegno d'amore; disegna e disegna, schizzi su schizzi, avevano poi optato per il tratteggio pi semplice, quello che sottolineava di pi la bellezza della gemma che, sulla candida mano, avrebbe espresso il suo massimo fulgore.
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1843.
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Quel giorno, col calesse, erano saliti ad ammirare il paesaggio da Montenero; il sentiero che permetteva la salita fino al Santuario era incastrato fra i piccoli fazzoletti di terra, ordinati come piccoli giardini dove qualcuno coltivava verdure per il necessario della famiglia. C'era gi chi era andato a tagliare i giunchi lungo i fossi e li aveva preparati, legati insieme per poi farne i sostegni delle piantine in crescita, per cui, nel silenzio dell'arrampicata, fra le suggestioni d'amore e la scena bucolica che scompagnava il pendio, si potevano immaginare dolci buoni provenienti dal mito della Siringa di Pan e lasciarsi andare a qualunque fantasia.
Montenero, che da bandita di caccia dei Medici era diventata un'ambita dimora per ville e villeggianti, racchiudeva nel Santuario tutta una serie di ex voto che Gemma aveva sentito rammentare e che l'avevano incuriosita, da qui la richiesta a salire lass. All'entusiasmo iniziale per, ma volta visitata la galleria delle immagini che raffiguravano scene di sciagure, disgrazie, incidenti, era subentrato ben presto un umore cos sconsolato e mesto che Jacopo l'aveva subito condotta al baracchino delle granite e poi sul belvedere per ammirare il tramonto, un filrouge che li aveva accompagnati fin dalle loro prime passeggiate genovesi.
Era quasi sera, la calma, il mare fermo, immobile, quasi denso, era pronto ad accogliere la massa infuocata di rosso che in pochi attimi l si sprofondava, i contorni perfetti della Gorgona, gli scogli della Meloria, antichi testimoni di un tradimento e di una sconfitta che ancora ricordavano voci e cozzi di lame, intanto che i remi delle galee al comando di Ugolino della Gherardesca indietreggiavano con gran lena, anzich portare appoggio alla flotta pisana in grande difficolt, memorie e presenze che giocavano a fondersi e confondersi, come facevano i pensieri dei due amanti che in quella pacatezza vespertina lasciarono che la loro mente si distendesse e percorresse tutti i sentieri che pi le piacevano senza remore o reticenze. La proposta di matrimonio appena sussurrata rimase sospesa, come sospesa sembrava essere la realt di quel momento, n un s, n un no, n un forse, Gemma appoggi la testa sulla sua spalla ma non disse niente. Dall'anulare, da allora, non tolse pi il rubino: Jacopo non ebbe il coraggio di ripetere l'offerta.
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1843.
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Al ritorno, in albergo, Jacopo non ebbe neppure il tempo di spogliarsi perch trov un messaggio di Guerrazzi che lo avvertiva di mettersi al pi presto in contatto con lui.
Due brutte novit lo aspettavano: durante il trasbordo all'Elba, la barca dei pescatori era stata fermata dalla polizia e durante il tentativo di sfuggire alla cattura, il sarto di Piombino si era gettato in mare ed era affogato, inoltre, uno dei due studenti era stato fermato dopo che era ripartito dal rifugio faugliese e portato in carcere; interrogatori logoranti e torture erano ci che lo attendeva nelle ore a venire.
Eppure erano coscienti che il compito fosse stato portato avanti con prudenza, seppure in fretta, l'attenzione ai particolari da prendere in considerazione non era mancata, gli uomini contattati per il supporto erano tutte persone su cui poter mettere la mano sul fuoco, gente fidata che aveva sempre dato prova di attaccamento alla causa: era inspiegabile e, se in queste operazioni il rischio era una costante, ogni volta la stilettata al cuore che si provava difronte a un insuccesso era acuta e profonda e offuscava la capacit di riflettere con criterio; l'impatto che l'evento produceva rimuginava e rimandava immagini confuse e annebbiate che dovevano essere assorbite
e fatte sedimentare, prima di essere esaminate e indagate con calma.
Cos quella sera ai due compagni non restavano che il turbamento e lo sconquasso della notizia; con essi avrebbero passato la notte agitata e insonne.
Il rientro notturno di Jacopo fu frettoloso, le solite vie erano percorse con un incalcolabile senso di oppressione, i passi non finivano mai, il portone sembrava essere sempre pi lontano. Finalmente in camera, nel togliersi il soprabito, con la coda dell'occhio ebbe la sensazione di qualcosa che cadde a terra silenziosamente; dal pavimento di mattoni rossi raccolse un pezzetto di carta un po' stropicciato e piegato in quattro: "Attenzione", c'era scritto. Era attonito, quella parola nell'inquietudine degli eventi delle ultime ore lo allarm e lo preoccup, rest immobile, la testa chiss dove.
Fuori la notte era stellata, fissando il firmamento l'attravers l'immagine di uno sconosciuto che maldestramente lo urtava all'angolo di un vicolo.
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1844.
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A Castel Bolognese, le monache del Convento della SS. Trinit erano da qualche giorno in trepidazione; nella loro devozione entusiasta, allorch la preghiera lasciava posto all'attivit caduca, con la medesima sollecitudine affrontavano il da farsi giornaliero e anche questa volta non si erano risparmiate nel tirare a lucido gli ampi ambienti che custodivano la loro verginit e i loro segreti.
Quando fosse arrivata la loro benefattrice tutto sarebbe dovuto essere perfetto, vetri, legni, pavimenti, suppellettili, tessuti. Perfino l'orto sarebbe dovuto sembrare una piccola oasi leggiadra, per questo avevano disposto i cesti con la verdura appena colta l, vicino al pozzo, in modo da rendere il colpo d'occhio garbato e familiare.
Molte erano le occupazioni a cui dedicavano il loro tempo e la loro esperienza, il ricamo era una di queste, tramandato da generazioni, lo insegnavano pazientemente alle educande, poche in verit, che ospitavano nel convento.
Le fanciulle, le cui famiglie pagavano per la loro educazione una cospicua somma annuale, erano accolte fin dai sette anni, oltre all'educazione religiosa e ai lavori donneschi, imparavano la lettura, la scrittura, l'abaco e si avvicinavano alla musica, al canto e alla pittura. Una maestra seguiva il percorso di ognuna e valutava i loro
progressi nelle diverse discipline; a parte due novizie, le altre erano giovani che dopo lo studio sarebbero tornate alla vita secolare per affrontare il ruolo previsto per loro dai familiari. Un tempo, l al monastero, c'era stata anche un'attivit di coloritura di pezze di tessuto che poi, da quando le monache erano diminuite, non era stata pi ripresa.
Dopo la prima preghiera mattutina le sorelle avevano apparecchiato un tavolo per la colazione dell'ospite: non mancavano i biscottini fatti con burro e miele.
Lei aveva il sorriso di sempre, aperto, cordiale, grato, qualche cenno di stanchezza sul volto perch aveva voluto alzarsi e partire molto presto, quando faceva ancora buio, non le avevano fatto perdere buonumore e giovialit.
Aveva portato delle pezze di lino che aveva subito fatto scaricare; erano un regalo molto ambito che le monache avrebbero trasformato in oggetti di lusso tramite ricami, sfilature o trine; a ognuna aveva donato un quadretto con la raffigurazione della Colomba che sovrastava Padre e Figlio e un crocifisso: sarebbero stati compagni di solitudine in quelle celle severe e disadorne.
Avrebbe visto dopo Adele, la sua pupilla, ma solo attraverso una grata senza che lei potesse accorgersene, l'avrebbe vista giocare con i fuselli del tombolo; ora, dopo un dolcetto e una tazza di latte, si ritir in chiesa a pensare e a pregare, di fronte a quella Madonna del Rosario che tante volte aveva ascoltato le sue angosce e le sue perplessit.
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1844.
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Mio diletto,
da questa pace che rasenta l'oblio a cui invece voglio sfuggire, in questa notte che sar lunga ma a cui non mi sottrarr, con il conforto che nasce dal sapere che vicini o lontani che siano, i nostri cuori battono l'uno per l'altro, ebbene, in questa oscurit illuminata dal tenue lume di una candela, devo e voglio rivelarvi una storia che mi preme Voi conosciate. Leggetela con l'amorevolezza che Vi distingue e che  una delle tante Vostre virt.
La bella giovane portava con s l'acerbit dell'et bambina e l'ambizione della donna matura; credeva nelle proprie capacit, studiava per migliorarle a costo di grandi sacrifici e nonostante il sostegno dei genitori non le mancasse, non raramente, per pagarsi le lezioni, doveva rinunciare a quelle piacevolezze di cui una fanciulla si appaga.
A rendere per meno faticosa la strada degli studi c'erano i sogni dei trionfi, degli applausi e della fama: l'obiettivo del successo le illuminava lo sguardo; poi, un incontro e la sua vita cambi.
Colonnello dell'esercito del Regno di Sardegna, Federico Tancredi Alessio era gi un uomo maturo, compreso e orgoglioso del proprio ruolo militare e di quello che occupava
nella societ, allorquando ebbe modo di conoscere la giovine alla fine di un concerto quando, un impeccabile presentazione fu coronata da un impeccabile inchino. Il fervido interessamento subito dimostrato, il prestigio del nome, il bell'aspetto, la prospettiva di una vita agiata senza sacrifici furono per quel cuore inesperto una garanzia di felicit e qualche tempo dopo accett di maritarsi con lui che voluta una bambola, ebbe una bambola. Lei dedita solo allo studio del canto, attorniata da domestiche pronte a ogni desiderio, viveva in un mondo dorato, lui, col rigore militare, riempiva anche le ore passate a casa seguendo, nondimeno, con premura e orgoglio l'ascesa della giovane moglie e le sue prime scritture nei teatri pi importanti.
Tutto fu semplice, quasi scontato, il giocattolo nelle mani dell'abile maestro funzion per un bel po' di tempo, ma l'amore non c'era e neppure qualcosa che gli somigliasse. Lontano e silente nessuno dei due ebbe cura di cercarlo, si spense cos, ci che non si era mai acceso e un giorno, in teatro, quando sul palcoscenico Almaviva cant a Rosina con tutta la passione e la verit possibili "Io son Lindoro che fido v'adoro, che sposa vi bramo, che a nome vi chiamo... "in lei, rapita in un gioco di parti, respirarono tutte insieme sensazioni fino ad allora sconosciute, le bramosie del desiderio, la voglia di tenerezze, fiorirono sogni nuovi e il mondo si trasform.
Giorni felici, sussulti impensati, abbracci e tenerezze, un turbinio di delizie che sembrava non dovesse finire mai
M'am e l'amai e quando nacque una bambina la letizia incontenibile sembr essere pi forte di qualunque difficolt che dovesse affrontare.
Il colonnello Alessio ben presto fece annullare il matrimonio dalla Sacra Rota e senza alcuna piet e forte delle sue conoscenze impieg poco tempo a volgere quella gioia in dolore senza fine: accusato di appartenenza a una societ segreta, il giovane padre fu fucilato e alla madre fu imposta una scelta dura, umiliante, riprovevole: se voleva continuare a vedere la figlia, che sarebbe stata cresciuta in un istituto di ottima fama, in cambio avrebbe dovuto prestarsi a fornire informazioni riguardanti insospettabili in odore di dissenso, altrimenti, rinunciare per sempre a lei diventando una sconosciuta e lasciandola a s stessa e al proprio destino. Quanta disperazione, scegliere fra l'infamia, l'abominio o l'amore materno, diventare uno strumento di morte in cambio di veder crescere una vita, la vita nata da lei. Terrorizzata, sgomenta, disperata, scelse il vortice dell'orrore e per questa orrenda scelta, in seguito, tanti pianti vers.
Le furono insegnate tecniche e tattiche, i modi per comunicare e segnalare notizie, come agire con disinvoltura senza destare sospetti: e divenne brava, una solerte, abile spia che fu messa sulla Vostra strada a catturare i Vostri segreti e i Vostri pensieri. E Voi a riempirmi di devozione.
Che vergogna scrivere e che pena sar per Voi leggere questa confessione, Voi che avete sempre sfiorato il mio corpo come se fosse un bocciolo, che mi avete colmata di amore
e di premure; adesso l'unica consolazione che mi resta per uscire da questo disonore, per provare a lenire il male che rode e logora la mia esistenza,  l'umiliarmi difronte a Voi raccontando la verit.
Le rose, i loro colori diversi, erano uno stratagemma, comunicavo attraverso le loro tinte ci che dovevo diffondere, alla fine di ogni recita erano bianche o rosse o gialle e i morti, la cattura dei vostri protetti, se ci ripensate,  sempre avvenuta nei giorni in cui io ero presente e vicina e, anche se alcun sospetto Vi sfior mai, io davo le informazioni che carpivo e le rimandavo attraverso biglietti o segnali.
Il plico che accompagna questa lettera contiene le prove di quanto affermo, ci sono i nomi dei miei contatti e i chiarimenti di come si sono svolte le operazioni in cui sono stata coinvolta operando inganni.
Ma Vi apprezzavo, Vi stimavo e capii presto che lo scorrere dei giorni accanto a Voi mi regalava quella gaiezza cos agognata che ritrovava, per, subito dopo la via dell'angoscia.
Ora che la mia scelta  maturata proprio qui fra queste mura benedette, sar qui accanto alle sorelle monache che vorr continuare i miei giorni, nella preghiera per il prossimo, nell'amore e nella dedizione a Dio, sfuggendo ai carnefici che hanno voluto il mio male. La mia richiesta  stata accettata, i prossimi tempi saranno offerti alla devozione e al silenzio.
Il perdono non lo merito, ho per una supplica da fare alla generosit che distingue l'animo Vostro e per questa mi prostro: mia figlia Adele uscir a breve alla vita mondana, io ho assicurato il suo futuro con il lavoro di questi anni, i miei genitori provvederanno ad accoglierla, ma avr bisogno di una persona che la segua nei passi pi difficili del suo cammino, avr bisogno di una persona qual siete per illuminarle la strada e raccontarle la mia storia, la nostra storia, voglio che la conosca e voglio che abbia nel suo cuore un posto per Voi. In questo confido. Ricordatemi, per sempre, Gemma.
Infine, conservate la scatola di avorio dove custodivo i vostri scritti,  una memoria che vorrei teneste vicina.
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1852.
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Volle essere sepolto con quella lettera sul cuore. Il dott. Franceschi and e venne continuamente dal Poggetto che diventava ogni giorno sempre pi silenzioso. Una giovane esile mano che portava al dito indice la luce di un rubino non smise di carezzargli la fronte.
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FINE.